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“Il peggiore anno per l’economia italiana”

di Mirko Spadoni

lavoro_valoriIl Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (il Cnel) non ha alcun dubbio: il 2013 è l’anno “peggiore della storia dell’economia italiana dal secondo Dopoguerra”. I dati – diffusi dal Cnel martedì in concomitanza con il rapporto Istat su occupati e disoccupati e all’indomani delle previsioni sul Pil del Centro Studi di Confindustria – lo dimostrano ampiamente.
Negli ultimi quattro anni (tra il 2008 e il 2012), il numero dei disoccupati ufficiali è aumentato di oltre un milione. Mentre “l’area della difficoltà occupazionale” registra un aumento di circa due milioni di persone. I posti persi negli ultimi anni sono stati 750 mila. Ma – sostiene il Cnel – la “caduta” occupazionale “avrebbe potuto essere più profonda, se la produttività del lavoro non fosse rallentata, se le ore lavorate per occupato non si fossero ridotte, se il ricorso alla Cig non fosse aumentato”. C’è però un aspetto che preoccupa moltissimo gli esperti del Cnel: l’aumento del tasso di disoccupazione – sostengono – è dovuta al “carattere strutturale” del mercato del lavoro italiano. “Vi è infatti il rischio – denuncia il Cnel – che molti di coloro che sono stati espulsi dal mercato, o non sono neanche riusciti ad entrarvi, restino a lungo fuori dal processo produttivo”.
L’unica soluzione per abbassare (entro il 2020) il tasso di disoccupazione all’8%, riportandolo quindi ai livelli pre crisi, sarebbe quella di far crescere – annualmente – il Pil oltre il 2%. “Un target” definito “non eccezionale”. Ma il Def appena aggiornato dimostra che – ad oggi – un tasso di crescita simile è “forse non alla portata del nostro sistema”. Inoltre, sottolinea ancora il Cnel, la contrazione del prodotto cumulata dall’avvio della crisi economica ha raggiunto l’8%, una caduta, che ha inevitabilmente lasciato tracce profonde nel sistema produttivo del nostro Paese, dove il fenomeno dei Neet (not in employment, education or training) continua a crescere. La quota di ragazzi, che non hanno un’occupazione e al tempo stesso non sono a scuola o in formazione, raggiunge infatti quota 23,9% della popolazione giovanile, con picchi massimi del 35% nelle regioni del Mezzogiorno.
In Italia, aumenta anche il numero dei precari e dei lavoratori part time involontari (i lavoratori che non hanno un impego a tempo pieno pur desiderandolo, tanto per intenderci): quasi 3 milioni di persone, tra dipendenti a tempo determinato e parasubordinati, circa il 12,6% dell’occupazione complessiva.
I giovani hanno quindi qualche difficoltà di troppo a trovare il loro spazio nel mondo del lavoro, dove la partecipazione dei lavoratori delle classi più anziane (55-64 anni) è cresciuto sensibilmente dal 2011 al 2012, quando – a seguito anche della riforma voluta dall’allora ministro del Lavoro e delle Pari Opportunità, Elsa Fornero – il loro numero è aumentato di 277 mila unità, la maggior parte occupati (+6,8% rispetto al 2011).
Un dato che non deve passare inosservato, perché l’invecchiamento della popolazione attiva – spiega il Cnel – si ripercuote sul turn over del circuito produttivo: “Il minor numero di persone che escono dal mercato del lavoro riduce la domanda sostitutiva, di rimpiazzo delle persone che vanno in pensione, soprattutto per effetto delle riforme pensionistiche”.
E’ poi in aumento l’offerta di lavoro da parte delle donne, sia rispetto agli anni passati che nei confronti della componente maschile: le donne attive sono ora più del 42% delle forze lavoro (40,5% nel 2007). Impennata del tasso di occupazione femminile, che sale al 41,6% dal 39,7% del 2007, con una crescita dell’1,2% rispetto al 2011, pari a 109 mila occupate in più.
Ma – al di là dei numeri e delle percentuali – la crisi economica “ha eroso” e sta erodendo “le capacità di resistenza delle famiglie e delle imprese, generando condizioni di diffuso disagio sociale, una caduta profonda delle aspettative, un cambiamento radicale nelle abitudini dei consumatori”.

 

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