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Gli Stati Uniti evitano il default

Anche oltreoceano hanno fatto i conti con la stabilità politica (a stelle e a strisce)

barack_obamaL’accordo sul debito raggiunto in extremis al Congresso statunitense scongiura il rischio default, anche se in verità semplicemente lo rinvia a febbraio. Sono tre, infatti, i punti salienti dell’intesa tra democratici e repubblicani: finanziamento del governo garantito fino al 15 gennaio, tetto del debito elevato fino al 7 febbraio e non oltre la data del 13 dicembre una commissione bipartisan sarà chiamata a stabilire nuovi tagli al bilancio per i prossimi dieci anni.
Certo che l’amministrazione Obama tiri un sospiro di sollievo, tanto che la Casa Bianca ha potuto assicurare la ripresa immediata della macchina governativa. Che in termini pratici significa, tra le altre cose, che più di due milioni di dipendenti federali torneranno al lavoro subito con la garanzia dello stipendio. Quelle che erano le principali preoccupazioni per un prolungato government shutdown, via via fino al default, comprendevano un repentino congedo di 800 mila impiegati nel settore pubblico, la chiusura dei parchi nazionali e le mancate retribuzioni per funzionari dell’esercito. Ma questo è niente. In una fase di incertezza economica in cui, al fine di evitare un’eccessiva volatilità dei mercati, viene invocata la stabilità politica a tutti i costi, oltreoceano hanno vissuto in salsa statunitense i timori per le ripercussioni che eventuali spaccature politiche avrebbero comportato dinanzi a questioni di rilevanza nazionale. Perché, almeno a leggere il rapporto sullo stato di salute dell’economia a stelle e a strisce che la Federal Reserve pubblica ogni sei settimane, pur confermando un cauto ottimismo sulle condizione economiche del Paese è stato “rilevato un aumento dell’incertezza dovuto per larga parte allo shutdown e al dibattito sul tetto del debito”. Non potevano escludersi, inoltre, conseguenze politiche che avrebbero coinvolto entrambi gli schieramenti, democratici e repubblicani. I primi in quanto tale condizione non si verificava dal 1996 sotto l’amministrazione Clinton, i secondi perché in vista delle presidenziali 2016 avrebbero dovuto giustificare un operato giudicato da più parti irresponsabile. La richiesta di contropartita, infatti, era una rimodulazione della Obamacare, la riforma sanitaria fortemente voluta dall’inquilino della Casa Bianca ed entrata in vigore all’inizio del mese. In questo senso l’amministrazione Usa ha di che rallegrarsi visto che l’accordo raggiunto (tra gli esponenti del Gop, 87 hanno votato a favore e 144 hanno espresso parere contrario, evidenziando così le divergenze all’interno del partito) non contempla tagli alla riforma.
All’annuncio della soluzione, sebbene temporanea, i listini hanno chiuso in rialzo dell’1%.

F. G.

 

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