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In Italia la ripresa non sarà per tutti

Mancano provvedimenti ad hoc a sostegno dei nuclei fondamentali della nostra società
di Carlo Buttaroni

spesa_consumi_famiglieMentre si diffonde la consapevolezza del ruolo che la famiglia svolge come attore di scelte economiche e come soggetto produttore di capitale sociale, non procede allo stesso ritmo la messa in campo di provvedimenti che ne sostengano il ruolo. Con l’inizio della crisi questa disattenzione è cresciuta, nonostante le famiglie italiane siano quelle che hanno pagato il prezzo più alto alla lunga fase recessiva. Basti pensare che nel momento più acuto della crisi in Italia il Pil e i redditi delle famiglie hanno seguito lo stesso andamento diminuendo rispettivamente del 6% e del 4%. Nella maggior parte degli altri paesi avanzati, invece, nonostante la contrazione del prodotto interno lordo, il reddito è cresciuto. E’ stato così in Francia (Pil -3% e redditi familiari +2%), in Germania e negli Stati Uniti (Pil -4% e redditi delle famiglie +0,5%). Anche nel 2012, il reddito delle famiglie è diminuito del 2%, mentre è cresciuto nelle altre grandi economie: nel Regno Unito (+5%), in Germania (+2%) e in Francia (+1%). Questo diverso andamento dell’Italia rispetto ai partner europei si riflette nei consumi, calati lo scorso anno dell’1,6%, mentre negli altri Paesi sono cresciuti in linea con l’aumento delle dotazioni economiche delle famiglie.
Mentre i redditi e il potere d’acquisto delle famiglie continua a calare, il carico fiscale complessivo continua a crescere, facendo aumentare drammaticamente le persone che vivono in condizioni di deprivazione materiale. In due anni è aumentata di quasi dieci punti la percentuale di quanti non possono permettersi un pasto proteico al giorno e non possono riscaldare adeguatamente l’abitazione. E le strategie di contenimento della spesa alimentare vedono in campo sia le famiglie del nord che quelle del mezzogiorno, con le prime cresciute addirittura più delle seconde. La spesa media è diminuita del 2,8% rispetto all’anno precedente, passando da 2.488 euro a 2.419 euro. La diminuzione dei consumi che si associa a un radicale cambiamento nelle abitudini d’acquisto, complice l’affannosa ricerca della quadratura del bilancio familiare.
Sono aumentate, infatti, notevolmente le famiglie che scelgono i discount, a scapito prevalentemente dei negozi tradizionali. È diminuita la parte di spesa destinata all’acquisto di arredamenti, elettrodomestici e servizi per la casa, quelle per cinema, teatro, giornali, libri e giocattoli, e anche quella destinata alla cura della salute.
Una fotografia delle difficoltà che si riflette anche dal Genworth Index, una sorta di valutazione internazionale, che rileva come solamente l’1% delle famiglie italiane può dirsi al sicuro, contro un 47% che vive in condizione di vulnerabilità e un 50% che fa i conti con periodiche difficoltà finanziarie.
Benché sia il principale generatore di welfare e l’istituzione che più di ogni altra sostiene e tutela i soggetti deboli (dai bambini in età prescolare agli anziani non autosufficienti, dall’assistenza ai disabili a quella ai malati) e nonostante la Costituzione ne riconosca esplicitamente la rilevanza sociale ed economica, la famiglia non è mai stata in Italia un soggetto destinatario, in via prioritaria, di politiche e dunque di risorse adeguate al ruolo che, invece, è chiamata a ricoprire. Sotto questo punto di vista la manovra varata dal governo non dice nulla di nuovo e senza un cambio di direzione per le famiglie italiane si prospetta un anno ancora molto difficile.
Anche perché, se le previsioni saranno confermate l’Italia, tra le grandi economie, sarà l’unico Paese a chiudere il 2013 in recessione. Secondo l’Ocse, la Gran Bretagna registrerà una crescita dell’1,5% (con un +3,7% nel terzo trimestre e +3,2% nel quarto), gli Usa dell’1,7% (+2,5% e +2,7%), la Germania dello 0,7% (+2,3% e +2,4%) e la Francia dello 0,3% (+1,4% e +1,6%). L’Italia dovrebbe chiudere a -1,7% e la “ripresina”, se ci sarà, sarà trainata dal miglioramento del contesto internazionale più che da quello interno.
Per le famiglie italiane si prospettano, quindi, tempi ancora lunghi prima di vedere l’uscita dalla crisi. D’altronde senza una crescita dei due principali indicatori economici, consumi e disoccupazione, il Paese è destinato a restare ancora incagliato nelle acque basse della crisi.
E’ proprio su questi punti che la legge di stabilità non da risposte, né offre prospettive, colpendo, invece, obiettivi facili e “immobili”, con l’aumento di accise e tagli alle agevolazioni fiscali che diminuiscono ulteriormente il reddito disponibile delle famiglie e irrigidiscono la progressività del prelievo rendendolo più iniquo. Un mix d’interventi cui va sommato l’aumento dell’IVA scattato il primo ottobre. La manovra del Governo non offre alcuno stimolo alla crescita della domanda aggregata, nemmeno sul fronte degli investimenti, senza i quali è difficile invertire il piano inclinato della disoccupazione. Al contrario, pone dei freni, e l’impeccabilità apparente dell’equilibrio di entrate e uscite nasconde molte insidie, la prima delle quali è rappresentata proprio dall’aggravio della situazione a carico delle famiglie e di quel ceto medio già duramente colpito in questi anni.
E’ evidente che per un cambio netto e senza equivoci non basta la condizione algebrica di una maggioranza numericamente ampia. Occorre, innanzitutto, la volontà di tutte le parti di andare nella stessa direzione. E se le “larghe intese” garantiscono i numeri parlamentari, almeno sulla carta, altrettanto non si può dire per quanto riguarda quelle scelte d’indirizzo incisive che richiedono, invece, politiche forti e convergenti verso lo stesso obiettivo. Condizioni che evidentemente non ci sono perché il delicato equilibrio della coabitazione forzata richiede piccoli passi e approssimazioni successive.
Il Parlamento potrà realizzare solo piccoli aggiustamenti, perché il compromesso richiesto per modificarne i contenuti è necessariamente lo stesso che ha ispirato la preparazione della legge di stabilità e che preserva i delicati equilibri delle larghe intese. Pensare a geometrie politiche variabili è insensato, così com’è irragionevole pensare che in queste condizioni si potesse fare di più. Ma si può fare di meglio. Ed è a questo che il Parlamento e il Governo sono chiamati.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 21 ottobre 2013. Sfoglia l’indagine Tecnè in pdf

 

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