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L’insostenibile peso dei “no”

Intervista a Chicco Testa
di Giampiero Francesca

Il_futuro_non_è_più_quello_di_una_voltaSono passati solo pochi giorni dalla manifestazione dei cosiddetti gruppi antagonisti, un ruvido appellativo giornalistico che accorpava molteplici gruppi e movimenti. Dai NO TAV ai NO MUOS, dai collettivi studenteschi ai precari, il variegato corteo sembrava unito dalla volontà di urlare un sonoro “no” alla gestione politica del nostro paese. Dietro gli slogan, dietro i motti scritti sui grandi manifesti, infatti, era chiaramente leggibile una profonda sfiducia verso lo Stato e i suoi rappresentanti. Senza voler condannare le legittime posizioni dei singoli gruppi partecipanti e dell’intera manifestazione, e senza scendere nelle specifiche questioni, è utile confrontarsi però su questo clima di diffidenza e sul peso che posizioni spesso ciecamente intransigenti possono avere sul presente e sul futuro del nostro Paese. Per aprire questo dibattito abbiamo intervistato Chicco Testa, promotore del manifesto “Contro la cultura del NO”, che pone proprio queste inflessibili risposte negative come “uno degli ostacoli principali allo sviluppo, alla crescita economica e alla modernizzazione”.
“In Italia stiamo assistendo a un fenomeno culturale molto strano, perché i ‘no’ non sono concentrati, non hanno un obiettivo specifico, come poteva essere in passato il no’ al nucleare”, continua l’ex deputato, “il ‘no’ diventa un atteggiamento fisiologico e riguarda le categorie più diverse. Basta guardare la classifica dei NIMBY (Not In My Back Yard ovvero delle proteste contro opere d’interesse pubblico che hanno, o si teme possano avere, effetti negativi sui territori in cui verranno realizzate) per trovare al primo posto il ‘no’ agli impianti di energia rinnovabile. Questo è dovuto principalmente a due fattori. Da un lato è maturata una tale sfiducia nella gestione pubblica che qualsiasi iniziativa sviluppa diffidenza, dall’altro le minoranze prevalgono sulle maggioranze, poiché sono le uniche a parlare. Una recente ricerca mostra, ad esempio, come, in Val di Susa, su una popolazione di 60.000/70.000 abitanti solo 2.000 sono quelli che hanno firmato a favore dei NO TAV”. Emerge appunto un problema culturale che Testa stigmatizza in questo modo: “Sembra che il paese sia impaurito dall’attivismo delle minoranze, con una grande responsabilità da parte dell’informazione e delle élite. Oltre alla reazione di chi è direttamente coinvolto, non c’è solidarietà da parte delle classi dirigenti, si preferisce passere inosservati, evitare la polemica. E’ una forma di vigliaccheria delle classi dirigenti o peggio. Spesso si cerca di approfittare delle disgrazie altrui invece di aiutarsi. Potrei prendere ad esempio il recente caso di Silvio Scaglia, per il quale non c’è stata alcuna forma di solidarietà. Il nostro da questo punto di vista è un grido di allarme. Attenzione, se non si contrappone a questo atteggiamento un comportamento opposto il declino dell’Italia diventerà inevitabile”. Un comportamento opposto, una forma di apertura che, pur trovando spazio nella società, è spesso assente dal dibattito mediatico. “Quella che ci vuole è una reazione da coraggio civile, agendo anche sul mondo dell’informazione. Aprendo un giornale l’elenco delle corbellerie che vengono scritte o dei titoli catastrofisti è infinito. Questo perché molti direttori vengono mossi dalla domanda ‘cos’è che vende?’. Dal mio punto di vista invece l’informazione dovrebbe essere informata e dubbiosa. Nei nostri media invece c’è un continuo rimbombo, un eco. Posso fare un esempio tornando alla questione energetica. Il Regno Unito ha appena firmato un accordo per la costruzione di due nuove centrali nucleari, ne avete visto traccia sui media?”. chicco_testaL’approvvigionamento energetico è sicuramente un tema di forte scontro, molti dei gruppi NIMBY contestano proprio la costruzione di grandi opere necessarie per reperire queste risorse. “La prima parola che mi viene in mente è schizofrenia”, commenta Testa, “mentre il governo si batte in tutte le sedi internazionali per far sì che il nuovo metanodotto passi per il nostro paese, trasformando l’Italia in un “hub del gas”, anziché farlo transitare per i’Europa centrale, nascono già i comitati per impedire che questo accada. Se parliamo di investimenti dovremmo pensare alle infrastrutture, ferroviarie e stradali, allo smaltimento dei rifiuti ai rigassificatori. Bisognerebbe migliorare la rete elettrica ad alta tensione, come il collegamento Sicilia-Calabria fermo per problemi abilitativi, ma se ci vogliono decenni per chiudere il progetto sull’alta velocità, quando finiremo, i treni e collegamenti saranno già obsoleti”. Da questo punto di vista la TAV è divenuta sicuramente il più emblematico esempio di questo contorto rapporto fra interesse nazionale e esigenze del territorio. “Il rapporto strano lì è stato creato. Molto spesso, in Italia, si chiede, come in Francia, il débat public, senza pensare che questo già esiste. Prima di iniziare i lavori è stato creato un tavolo per valutare l’impatto ambientale dell’opera, tavolo che ha portato a ridurre ai minimi questo impatto. Evidentemente però ci sono minoranze che non vogliono confrontarsi per trovare una soluzione. Anche facendo tutti i débat public immaginabili rimarrebbero dei ‘no’ intransigenti. In questo senso le dichiarazioni recenti di chi vuol conciliare la democrazia partecipativa con quella rappresentativa possono essere preoccupanti. Se questo si traduce in un tentativo di lavorare per trovare degli accordi sono ovviamente favorevole, se diventa invece potere di veto il discorso cambia. Il rischio che si corre è quello di arrivare ai tribunali del popolo, in quanto tutto si sottoporrebbe al continuo giudizio del territorio”.

 

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