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Se il Made in Italy non è prodotto in Italia

di Matteo Buttaroni

made in italyUndici miliardi di euro solo nel 2013. E’ l’importo stimato dalla Coldiretti, su elaborazione di dati Istat, relativo alle esportazioni extra europee di alimenti e bevande Made in Italy. Un dato che segna un record storico per quanto riguarda il panorama produttivo del nostro Paese. Ed è proprio per difendere questo panorama che la Coldiretti si è mobilitata, mercoledì mattina, per controllare i flussi di prodotti provenienti dall’estero che arrivano nel nostro Paese attraverso la frontiera del Brennero.
Secondo le stime dell’Organizzazione degli imprenditori agricoli, attraverso il valico del Brennero giungerebbero in Italia “miliardi di litri di latte, cagliate e polveri, come anche milioni di cosce di maiale per fare i prosciutti, conserve di pomodoro, succhi di frutta concentrati e altri prodotti che stanno provocando la chiusura delle stalle e delle aziende agricole con la perdita di migliaia di posti di lavoro”.
Secondo lo studio, basato su dati raccolti da Unioncamere e presentato in occasione della mobilitazione, con la crisi economica sono state chiuse in Italia circa 140 mila tra stalle ed aziende. Ciò si deve anche alla concorrenza sleale di prodotti di qualità inferiore introdotti dall’estero e successivamente spacciati per Made in Italy. Solo nel 2013 sono state chiuse ben oltre 32 mila tra stalle ed aziende agricole e circa 36mila occupati hanno perso il lavoro.
A causa di queste importazioni “selvagge” l’Italia, ad oggi, produce solo il 70% dei prodotti alimentari che consuma e importa ben il 40% del latte della carne presenti nel nostro Paese. A questi si aggiunge il 50% del grano tenero destinato al pane, il 40% del grano duro destinato alla pasta, il 20% del mais e l’80% della soia.
Quello delle importazioni dall’estero, tra l’altro, è un dato in continua crescita. Basti pensare che tra il 2007 ed il 2013 il fenomeno è aumentato del 22%. Tanto per fare un esempio: le importazioni di frutta e verdura sono cresciute dall’inizio della crisi ad oggi del 33%.
Tornando al nostro export, non si possono non citare i dati contenuti nel rapporto I.T.A.L.I.A. – Geografie del nuovo Made in Italy (realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison): insieme a Cina, Germania, Giappone e Corea l’Italia è uno dei soli 5 Paesi del G20 ad avere un surplus strutturale con l’estero nei prodotti manufatti non alimentari. L’Italia vanta quasi mille prodotti in cui detiene tra il primo ed il terzo posto al mondo per saldo commerciale con l’estero in attivo.
Ciò vuol dire che nel nostro Paese, in quasi mille casi, l’export risulta maggiore dell’import, molto più che in altri paesi. Questo produce un saldo positivo di 183 miliardi di dollari al 2011. Tendenza confermata anche per l’intero 2012.
L’Italia, poi, vanta 235 prodotti medaglia d’oro a livello mondiale per saldo commerciale. Solo i 235 prodotti medaglia d’oro fanno guadagnare all’Italia 63 miliardi di dollari. Passando alle medaglie d’argento, ne vantiamo 390 e fruttano 74 miliardi di dollari. Le medaglie di bronzo dell’export italiano sono invece 321 e valgono un saldo commerciale complessivo di 45 miliardi. Senza poi contare altri 492 prodotti grazie ai quali l’Italia si è classificata quarta o quinta.
I dati sopra elencati ci mostrano, e non è una novità, che nel nostro Paese i prodotti di eccellenza ci sono, eppure gran parte delle nostre scorte sono il prodotto di incessanti viaggi attraverso frontiere come quella del Brennero dove si trova ora la Coldiretti a presidiare la mobilitazione.
Se da un lato c’è chi vorrebbe contenere l’import, dall’altro c’è chi, come ha fatto sul Sole 24 Ore Lisa Ferrarini (presidente di Assica, Associazione Industriali delle Carni e dei Salumi), prova a dare una spiegazione “meno di parte”: “Secondo quanto stabiliscono le norme internazionali in materia – spiega – , è made in Italy (letteralmente “fatto in Italia”) ciò che ha subito l’ultima trasformazione sostanziale nel nostro Paese: una definizione burocratica che, tuttavia, si adatta perfettamente all’essenza profonda del made in Italy alimentare. Il nostro Paese è – anche nel food – un grande Paese trasformatore che, a parte in qualche settore, è strutturalmente in deficit di materie prime. Moltissimi prodotti simbolo dell’Italia sono il risultato della capacità dei produttori di selezionare le materie prime provenienti sia dal mercato nazionale sia dall’estero, visto che queste in casi non marginali non vengono prodotte in Italia (ad esempio caffè, cacao, ecc..) o sono carenti quantitativamente o qualitativamente. Per fare qualche esempio, in Italia viene importato il 40/45% del latte, il 50/60% del grano tenero, il 30/40% del grano duro, la metà dei cereali per i mangimi (tra cui il 90% della soia), il 40% della carne bovina e suina. La produzione nazionale di materie prime agricole è importante. Se escludiamo quanto va al consumo diretto, l’industria alimentare italiana la acquista e la trasforma tutta. Purtroppo la produzione nazionale è al tempo stesso strutturalmente insufficiente per un’industria di trasformazione che – con il suo successo – è il vero fautore del Made in Italy alimentare nel mondo. Non è un caso che la bilancia commerciale dei prodotti alimentari trasformati è in attivo per sei miliardi di euro, mentre quella delle materie prime è in passivo”.

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