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Come sarà il Pd di Matteo Renzi

Il sindaco di Firenze raccoglie consensi trasversali, Cuperlo va meglio tra gli over 45, Civati tra i giovani

matteo_renziIl Pd di Renzi sarà un partito “più di centrosinistra”. O, per lo meno, lo vede così la maggioranza degli intervistati. Il Pd sarebbe stato “più di sinistra” con Cuperlo e ancor più con Civati. Ma la collocazione politica del Pd nato ieri è solo un dettaglio rispetto alle attese che hanno trovato espressione in una partecipazione meno omogenea rispetto al passato e sicuramente più articolata nelle sue espressioni sociali e politiche. Una partecipazione dove, di là dei numeri ufficiali, la contaminazione tra culture diverse si riflette nella variegata colorazione dei profili di quanti si sono recati alle urne. Solo il 70% è rappresentato, infatti, da elettori che alle politiche dello scorso febbraio avevano votato Pd, mentre il 30% arriva da altri partiti o dall’astensione. Una multiformità che segnala una corrispondenza più bassa, rispetto al passato, tra elettori delle politiche e “popolo delle primarie”, ma dice molto delle aspettative che hanno caricato la vigilia di questa consultazione. Attese che vanno di là dell’elezione del segretario del Pd e riguardano, molto da vicino, tutta la politica. Perché tra le pieghe di questo voto c’è, prima di ogni altra cosa, una richiesta di cambiamento. Ed è questo sentimento diffuso che ha spinto una consistente quota di cittadini, anche non del Pd, a recarsi ai seggi per scegliere il segretario di un partito che potrebbe persino non essere quello che voteranno.
Seppur diminuita, la partecipazione si è mantenuta alta. E già di per se è una buona notizia, perché in questa lunga e sofferente stagione, dove la politica è riuscita spesso a esprimere il peggio di se, ci si poteva aspettare un abbandono dalle forme di partecipazione militante. Così non è stato, e questo è forse il segnale più importante della giornata di ieri. Ciascuno dei tre candidati ha raccolto consensi da elettori con profili sociali molto diversi: Renzi è stato più trasversale, Cuperlo è andato meglio tra chi ha più di 45 anni, Civati ha ottenuto più consensi tra i giovani.
Le molte sfaccettature di queste primarie si riflettono nelle aspettative custodite in profili talvolta persino opposti, che hanno però come denominatore comune lo stesso desiderio di rifondazione della politica, il desiderio di esserci in prima persona, di non essere più lontani ed estranei da ciò che accade. Perché il dato più significativo delle primarie non è nei risultati dello scrutinio, ma nei gesti di quei cittadini che hanno depositato le proprie speranze in un’urna.
Attese che rivelano una contrapposizione con il recente passato che non potrebbe essere più netta: da una parte l’individualismo egoista, disgregatore di più ampie e morali solidarietà, nutrito nella culla dell’affermazione personale e del successo a tutti i costi; dall’altra, l’etica pubblica, cresciuta nell’alveo di una società civile che ha riscoperto il bisogno di riprendere il filo lacerato di una convivenza come base per la ricostruzione. Un’etica che è punto d’incontro dell’interesse convergente del bene comune, fondata sul valore intrinseco e intangibile della persona umana e della sua dignità, ma anche declinata su una solidarietà condivisa e incastonata tra le righe di nuovi diritti e nuovi doveri. Un ethos inteso non solo come capacità morale, ma anche come competenza e conoscenza, come stimolo e tensione interiore a operare pubblicamente nella giustizia e a favore dell’interesse di tutti.
Non è ancora un progetto ma sembra assomigliargli molto: la speranza di far tornare la politica a favore dell’uomo, di rifondare la società su scelte che pongono la questione morale a fondamento di quella civile, di sapersi far carico dell’idea di bene comune per tornare a una dimensione naturale dell’uomo-sociale. Ma l’uomo non risponde a due chiamate diverse, una sociale e una individuale; non persegue due destini. E non può sopravvivere a se stesso se spogliato della sua completezza, perché qualsiasi ambito è stretto nel momento in cui compie lo sforzo di respirare al massimo. E’ questo il grande fallimento dei partiti in questi anni: aver creduto che ciascuno potesse bastare a se stesso e che la politica, contraddicendo se stessa, potesse svuotarsi valori e dei grandi orizzonti, sostituendoli con leadership forti.
Così com’è stato alle elezioni politiche, anche nella variegata partecipazione alle primarie si riflette la domanda di un nuovo patto che chiama in causa la politica. Ed è questo l’“impegno” che è stato depositato nelle urne delle primarie anche da parte di chi non è elettore del Pd. Un impegno che chiede di dirigersi, senza equivoci, non più verso l’utile individuale, ma verso il bene della comunità, verso una libertà che si accresce e si rafforza in un sistema di valori e di solidarietà intelligente.
La partecipazione alle primarie esprime forme assai lontane dall’osservazione voyeuristica, pantofolaia e disincantata degli ultimi anni e, ancor più, prende le distanze dal sistema politico che ha caratterizzato questi ultimi anni. Un apparato sinora attento soprattutto a mettere insieme candidati capaci di raccogliere consenso, esaltando il ruolo e l’immagine del leader come unico medium della proiezione verso l’esterno e sempre più dipendente dalle risorse pubbliche, dando corpo a partiti orientati, prevalentemente, alla conquista di cariche elettive e svincolati da qualsiasi rappresentanza sociale e da qualsiasi orientamento valoriale.
E mentre l’Italia veniva messa in ginocchio dalla crisi più grave economica e sociale della sua storia, il sistema politico, anziché aprirsi e farsi interprete delle nuove istanze, è sembrato teso a preservare se stesso, incapace di rispondere ai bisogni e alle attese dei cittadini, allontandosi sempre più dalla società, proprio mentre quest’ultima si avvicinava sempre più alla politica.
La sfida che ora attende il nuovo Partito democratico è la stessa che si pone a tutto il sistema politico. Non si tratta solo di affermare il primato di questo o di quell’altro modello economico, ma di favorire una riconversione della positività del sociale, innestata su un’idea sostantiva dei diritti e dei doveri. Perché anche i diritti, per essere effettivamente tutelati al pari dei doveri, devono essere affermati in una dinamica virtuosa, che ha come obiettivo lo sviluppo umano e sociale, medium sostanziale anche per lo sviluppo economico.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 9 dicembre 2013. Sfoglia il sondaggio Tecnè presentato l’8 dicembre 2013 a TGCOM24

 

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