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L’inarrestabile calo delle imprese in Italia

di Giampiero Francesca

imprese_chiuseL’Italia annaspa nella crisi. Sono molti gli indicatori che evidenziano lo stato di difficoltà del nostro sistema economico. Come rilevato nel rapporto del Censis, in particolare, a soffrire maggiormente di questa perdurante stagnazione sono alcune categorie, fra cui spicca, in particolare, il settore artigiano e, più in generale, l’imprenditoria diffusa. Il report del centro studi del CNA appare, da questo punto di vista, drammaticamente chiaro. Dal 2009 ad oggi infatti il numero complessivo delle imprese in Italia si è ridotto di 1.700.727 unità, toccando la quota complessiva di 6.070.296 imprese, il dato più basso dal 2005. La contrazione imprenditoriale dunque non sembra affatto frenare. Ad incidere, in modo rilevante, su questo indicatore negativo è la forte diminuzione delle imprese artigiane che, nei primi nove mesi del 2013, hanno perso, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, 25.404 unità (un calo superiore a quello dell’intero 2012, pari a 22.582 unità). Continua così il trend di diminuzione dell’impatto di questo settore sull’intero sistema economico. Se infatti, prima della crisi, l’incidenza dell’artigianato sul totale era pari al 24,5%, questo scende oggi al 23,3% (con un calo, rispetto al 2012, di uno 0,3%). Dalla fine del 2008 sono infatti 567.349 le imprese artigiane chiuse, il 33,4% di tutte quelle che hanno cessato la loro attività. Questa diminuzione non è stata però controbilanciata dall’apertura di nuove aziende e lo stock si è così ridotto di 83.448 unità. Sostanzialmente, nel giro di cinque anni, è scomparso il 5,6% del tessuto produttivo artigiano esistente. Tessuto produttivo vitale, in quanto fredda rappresentazione numerica di famiglie, vite, competenze professionali. Non si può infatti non considerare come la chiusura di 83 mila aziende corrisponda alla perdita di circa 200.000 posti di lavoro. Alla base di questa forte decrescita vi è sicuramente l’incertezza del fare impresa oggi in Italia. Analizzando i dati di iscrizione e cessazione delle imprese si evince infatti che, da 2007 ad oggi, a fronte di una sostanziale frenata delle nuove imprese (con una vera voragine fra il 2007 e il 2009) è corrisposta una variazione in crescita delle chiusure (particolarmente rilevante fra il 2011 e il 2012). Ancora una volta, a soffrire maggiormente degli effetti di questa sfiducia sono stati tutti i settori trainanti dell’imprenditoria artigiana. Costruzioni, manifatturiero e trasporti hanno visto una sostanziale contrazione delle imprese attive con uno scarto fra le iscrizioni e le cessazioni, negli ultimi dodici mesi, pari al -3,6% nelle costruzioni, al -3,1% nei trasporti e al -2,5% nelle attività manifatturiere. Anche all’interno dei comparti da sempre più importanti per l’artigianato il numero delle imprese si assottiglia. La meccanica perde il 5,2% delle aziende, l’industria del legno e del mobile il 4,35, l’abbigliamento il 2,4%. Gli unici settori in controtendenza appaiono quelli dell’alimentare e delle riparazioni (rispettivamente +1,2% nel settore alimentare, pari a +485 imprese, e +14,8% pari +5.074 imprese nel settore delle riparazioni). La crescita delle riparazioni evidenza però la propensione degli italiani ad aggiustare e riutilizzare mezzi e beni piuttosto che ad acquistarne di nuovi. Propensione che, di per se, rappresenta un altro sintomo della sfiducia e della stagnazione del nostro paese.

 

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