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La crisi che infrange il sogno europeo

di Carlo Buttaroni

europaE’ un’Europa sospesa tra l’essere minaccia e rappresentare un’opportunità, deteriorata dal risentimento sociale, inaridita dai tecnicismi di bilancio che hanno fatto macerie del grande progetto europeo. Un’Europa divisa tra sogno e realtà: è questa l’immagine che prende forma dalla ricerca Gli italiani e l’Europa realizzata da Tecnè per Radioarticolo1, la radio della Cgil. Dall’indagine emergono dati molto preoccupanti ma allo stesso tempo un patrimonio di attese sorprendenti. Tra i primi troviamo la fiducia nelle istituzioni, mai così bassa. Le istituzioni locali sono quelle con il livello di fiducia più alto (36,7%), ma rispetto agli anni Novanta i consensi si sono quasi dimezzati. E se la quota di fiducia nelle istituzioni locali nel nordovest e nel nordest registra livelli da “codice bianco” (rispettivamente 46,1% e 54,6%) nel sud e nelle isole i valori sono decisamente da ”codice rosso” (19,9% e 20,4%). Va addirittura peggio alle istituzioni nazionali, dove la fiducia precipita al 13,8%, con livelli poco più alti della media questa volta nelle regioni del centro e insulari (rispettivamente 16,5% e 16,6%) per scendere sotto la media nel nord e nel sud Italia.
Le istituzioni europee registrano un andamento migliore delle istituzioni nazionali. La quota di fiducia è pari al 30,3%, con percentuali più alte della media nel nordovest (38%) e nel nordest (32,1%), mentre nel sud e nelle isole si registrano i livelli più bassi (26,1% e 16,3%). Una geografia che la dice lunga sulle “due Italie” che ambiscono alle opportunità europee. Così com’è significativo che tra i giovani la quota di quanti esprimono una valutazione positiva sale al 59,1%, mentre scende progressivamente all’innalzarsi dell’età, fino a fermarsi al 22,6% tra chi ha più di 64 anni. Quasi fosse un sogno che si tramanda, ma non si alimenta. E, infatti, la fiducia è molto più alta della media tra gli studenti (61,6%) mentre crolla tra gli imprenditori e chi ha un lavoro in proprio (17,6%).
Per il 51,1% degli intervistati l’Europa evoca, in questo momento, un’immagine negativa. Il 54,7% ritiene però che farne parte rappresenti un vantaggio per il Paese e i più convinti, in questo senso, sono i giovani e i residenti nell’Italia centrale. Far parte dell’Europa è importante per la crescita economica (55%) e l’ombrello europeo fa sentire “più sicuro” il 50,2% del campione d’intervistati.
Questo sentimento positivo si accompagna, però, a considerazioni ben più critiche rispetto a ciò che l’Unione Europea offre concretamente. Due intervistati su tre ritengono, infatti, che l’appartenenza alla UE non dia alcun contributo alla stabilità economica dell’Italia e una quota equivalente esprime analoghe valutazioni negative su ciò che riguarda la moneta unica. Per il 66,9% del campione, appartenere all’Unione non ha reso più forte l’Italia, non ha offerto nuove opportunità di lavoro (64,6%), né occasioni di sviluppo per le imprese (74,8%). E, soprattutto, non ha migliorato gli standard di vita degli italiani (83,9%).
Le istituzioni europee appaiono lontane dagli interessi dei cittadini e si ritiene che non ne difendano gli interessi (72,8%). Oltretutto, l’82,1% ritiene che l’Italia abbia poca influenza sulle decisione prese a livello europeo e proprio questo dato spiega la differenza tra la fiducia nell’Europa come “orizzonte di prospettive” e le valutazioni critiche rispetto a ciò che l’Europa offre in termini di contributi allo sviluppo del Paese.
Si evidenzia, quindi, una doppia immagine dell’Unione Europea: una legata a ciò che potrebbe diventare come “mercato di opportunità” e l’altra, quella attuale, legata alla formalità ragionieristica, fatta prevalentemente di vincoli e limiti. Un’Europa che nella formalità burocratica ha perso di vista i cittadini e dove il peso delle istituzioni europee sovrasta eccessivamente l’influenza che possono esercitare i singoli Paesi (51,7%).
Nel complesso, prevale un sentimento ambivalente tra “l’Europa lontana dai cittadini” e “l’Europa che dovrebbe essere” e che si riflette nel basso grado di fiducia nelle istituzioni europee. Questo vale sia che si faccia riferimento al Parlamento (ne ha fiducia il 30,2% degli intervistati), alla Commissione Europea (32,2%), al Consiglio d’Europa (33,4%) o alla BCE (32,2%), sia nel numero elevato di quanti ritengono che l’Italia debba rimanere membro dell’Unione (69,9%) e restare nell’Euro (64,2%). Dati, questi ultimi, sorprendenti, che rilevano come lo spirito che ha animato il sogno europeo ancora pervada un’opinione pubblica che sembra semmai denunciarne la mortificazione proprio da parte delle istituzioni stesse. Se da un lato, quindi, si afferma una domanda di Europa come cantiere aperto di opportunità, dall’altro, la presa di distanza dall’Europa così come è oggi, segnata da una tecno-burocrazia lontana dagli interessi dei cittadini, è ferma e inequivocabile. Un’Europa che sembra tradire le sue aspirazioni originarie nel momento in cui fa prevalere le differenze, anziché le condivisioni. Un sogno che sembra essersi infranto sugli scogli della crisi e sulla rigida disciplina di bilancio, ma che avrebbe bisogno di ben altro per ritrovare quella narrazione comune che vede protagonisti 500 milioni di cittadini.
All’Europa servirebbe un new deal per “trasformare una ritirata in un’avanzata”, come disse Franklin Delano Roosevelt nel suo discorso d’insediamento alla Presidenza degli Stati Uniti. Un discorso che diede vita a un piano di interventi che cambiò radicalmente i paradigmi di governo dell’economia, assumendo, in un momento di grande crisi, il 60% dei disoccupati e dedicandoli ad attività di sviluppo del paese: parchi, ambiente, edilizia e infrastrutture.
Anche l’Europa ha bisogno di un “nuovo corso” per uscire dalle acque basse in cui è incagliata, perché l’asprezza della crisi merita risposte forti e coraggiose, in termini di rilancio di politiche attive per il lavoro, difesa e valorizzazione del patrimonio industriale e irrobustimento del sistema di welfare.
I livelli d’interdipendenza economico-finanziaria che il mercato unico e l’euro hanno attivato non lasciano dubbi sul fatto che l’Unione debba proseguire, ma è giunto il momento della svolta, di sviluppare una vera e propria unità politica con l’obiettivo dell’interesse comune. Solo se i governi faranno propria questa consapevolezza si potrà invertire il processo di degenerazione economica e dare slancio e reale unità all’Europa.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 3 febbraio 2014. Sfoglia l’indagine Tecnè in pdf

 

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