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La delicata situazione in Ucraina/1

di Mirko Spadoni

yanukovich_ucrainaQuella che era soltanto un’ipotesi, adesso è una certezza: Viktor Yanukovich è in Russia, a Rostov. L’ormai deposto presidente ucraino è lontano da Kiev, dove i disordini degli ultimi giorni hanno portato prima alla liberazione del leader dell’opposizione Yulia Tymoshenko, condannata a sette anni di reclusione per abuso d’ufficio, e poi alla fine della sua presidenza. Ospite della Russia, Yanukovich si rifiuta di accettare quanto accaduto: “Mi considero ancora il legittimo capo dello Stato ucraino eletto dai cittadini ucraini in libere elezioni”, ha ribadito in una dichiarazione inviata all’agenzia statale Itar-Tass. Ribadendo le proprie ragioni, Yanukovich ha bollato come “illegittima” la risoluzione n. 746-VII del 23 febbraio del 2014 della Rada, che ha conferito i poteri del presidente dell’Ucraina al presidente della Rada ai sensi dell’articolo 112 della Costituzione ucraina. Su di lui ora pende un mandato di cattura internazionale per omicidio premeditato di massa, spiccato dal procuratore generale ad interim, Oleg Makhnytsky. Yanukovich è infatti ritenuto responsabile dell’uccisione nel corso dei disordini di diversi manifestanti. Con lui sono ricercati anche dieci esponenti del suo vecchio esecutivo, tra cui Viktor Pshonka, già titolare dello stesso ufficio giudiziario, gli ex ministri dell’Interno e della Giustizia, Valery Zakharchenko e Olena Lukash, come pure Andry Klyuev, a suo tempo responsabile dell’amministrazione presidenziale. Per tutti l’accusa è di concorso in strage. In tutto le vittime dei disordini sono state 83, tra cui anche una quindicina di poliziotti. Nel frattempo, a Kiev stanno cambiando diverse cose: Arseniy Yatsenyuk, il capogruppo di Batkivschyn (“Patria”), il partito di Yulia Tymoshenko, è stato nominato nuovo primo ministro, ricevendo l’incarico di condurre l’esecutivo fino alle prossime elezioni presidenziali previste per maggio. Sono stati sciolti i Berkut, i corpi speciali anti-sommossa che potevano contare su circa 5mila unità e sono considerati tra i responsabili della morte di decine di manifestanti. “Ho appena firmato – comunicava mercoledì il ministro dell’Interno ad interim Arsen Avakov – l’ordinanza numero 144, datata 25 febbraio 2014, per la chiusura dei Berkut”. E nonostante gli appelli alla pacificazione di Stati Uniti, Unione europea e Nato, il clima resta ancora teso: parte dell’Ucraina, quella meridionale ed orientale, sostiene ancora Yanukovich.
Particolarmente delicata è la situazione nella Repubblica autonoma di Crimea, che pur facendo parte dell’Ucraina ha fissato per il 25 maggio un referendum per ottenere maggiore autonomia da Kiev. Uno sviluppo forse inevitabile: in Crimea, dove vivono poco più di due milioni di abitanti, il 58% della popolazione è di etnia russa, il 24% ucraina, il 12% è tartara e il resto è composto da altre minoranze. Ma c’è di più: il 27 aprile del 2010, Kiev ha siglato con Mosca gli accordi di Kharkiv, che permettono alla flotta russa di rimanere nella base di Sebastopoli (in Crimea, per l’appunto) fino al 2042. In cambio, il Cremlino ha rivisto – al ribasso – il costo del gas: uno sconto complessivo di circa 40 miliardi di dollari per un periodo di 10 anni. Accordo, ratificato dalla Rada con la maggioranza semplice di 236 voti favorevoli (in totale i deputati sono 450), che ha sollevato molti dubbi. Il motivo? L’articolo 17 del Titolo I della Costituzione, approvata nel 1997, impedisce la presenza sul territorio ucraino di basi militari straniere. L’articolo 14 del Titolo XV sulle disposizioni transitorie finali permette “l’utilizzo delle basi militari esistenti nel territorio dell’Ucraina per lo stazionamento temporaneo delle formazioni militari straniere, secondo le modalità stabilite dai trattati internazionali ratificati dalla Rada”, così come nel caso degli accordi del 2010.

Resta alta quindi la tensione con Mosca che, dopo aver avvicinato a sé – politicamente e geopoliticamente – Kiev, è restia ad accettare il nuovo corso ucraino, probabilmente filo europeista e che divide gli ucraini. Secondo i dati raccolti nel corso di un recente sondaggio (Public Opinion in Ukraine 2013: Key Findings), condotto dall’IFES (l’International Foundation for Electoral Systems) e sponsorizzato dall’USAID (United States Agency for International Development), un ente governativo statunitense, emerge che il 37% degli ucraini si dice favorevole ad un’eventuale adesione all’Unione europea, mentre il 33% preferisce l’unione doganale con Russia, Bielorussia e Kazakstan e dal 2015 nell’Unione Euroasiatica, ambizioso progetto lanciato da Putin dalle colonne del quotidiano Izvestija il 4 ottobre del 2011. Gli equilibri vengono però meno a livello territoriale: nelle regioni occidentali (il 73% è a favore dell’Ue, il 5% auspica invece un avvicinamento alla Russia) e a Kiev (64% contro il 10%). Percentuali diverse nel Sud (il 62% patteggia per Mosca, il 14% per l’Ue) e nella parte orientale del Paese (il 46% contro il 20% che preferisce Bruxelles).
E nei dintorni del Cremlino come la pensano? Secondo un sondaggio realizzato da Ria Novosti a qualche giorno dall’inizio delle proteste ucraine, il 70% dei russi si dichiara in favore di un accordo con Kiev per una questione di “identità slava”. Nel frattempo il presidente russo Vladimir Putin, in qualità di comandante in capo delle forze armate, ha ordinato un’esercitazione militare con 150mila uomini, 90 aerei, 120 elicotteri, 880 carri armati, oltre 1.200 mezzi di vario genere e sino a 80 navi della flotta del Nord e del Mar Baltico, ma non del Mar Nero. L’esercitazione non ha niente a che fare con quanto accade in Ucraina, ha precisato il ministro della Difesa Serghiei Shoigu. L’obiettivo “è controllare la capacità dell’esercito di operare in situazioni di crisi che rappresentano una minaccia bellica alla sicurezza del Paese”. Una decisione che ha allarmato Kiev: il presidente ucraino ad interim, Oleksandr Turchynov, ha avvertito la flotta russa nel Mar Nero (“Tutti i militari devono restare sul territorio previsto dagli accordi. Ogni movimento di truppe armate sarà considerato alla stregue di un’aggressione”).
Immediata la reazione del ministero degli Esteri russo, che ha assicurato di voler rispettare “in modo rigoroso gli accordi in questione”. Quale sarà il destino dell’Ucraina? Impossibile dirlo. C’è però un particolare passato inosservato: “Yanukovich – fa notare Stefano Grazioli su Limes – è il capo di Stato che più ha avvicinato Kiev all’Unione Europea (l’Accordo di associazione e il Deep and Comprehensive Free Trade Agreement, l’Accordo approfondito e globale per la creazione di un’area di libero scambio) sono stati spinti più sotto la sua presidenza e il governo di Mykola Azarov che non ai tempi della coppia arancione Victor Yushchenko-Yulia Tymoshenko”. Una volta al potere, Yanukovich ha cercato di mantenere buoni rapporti con entrambi i vicini: Russia ed Unione europea. Un progetto naufragato per via delle richieste di Bruxelles, che Yanukovich non ha mai voluto soddisfare, e delle ingenti disponibilità economiche del Cremlino. Il rapporto tra Ucraina e Ue si è rotto definitivamente il 28 novembre del 2013 a Vilnius, in occasione del vertice del Partenariato Orientale. Quando Yanukovich si oppose alla richiesta della controparte europea di liberare Yulia Tymoshenko, rifiutandosi inoltre di firmare l’Accordo di associazione (Association agreement).

L’avvicinamento tra Kiev e Mosca si concretizzò definitivamente il 17 dicembre del 2013, quando Putin e Yanukovich siglarono un accordo, con il quale la Russia si impegnava ad acquistare titoli di Stato ucraini per un valore di 15 miliardi di dollari. L’intesa prevedeva anche uno sconto sul prezzo del gas: la compagnia statale russa Gazprom avrebbe venduto a Kiev mille metri cubi di gas a 268,50 dollari rispetto ai circa 400 precedenti. Accordi contestati da Yulia Tymoshenko, che dalla propria cella denunciò: “L’Ucraina rischia la propria indipendenza. La soluzione è il ritiro immediato di Yanukovich”. Dalle parole si passò poi ai fatti. Ma il “cambio della guardia” non ha migliorato (almeno al momento) la situazione economica del Paese. Il nuovo governatore della Banca centrale ucraina (la Natsionalnyi Bank Ukrainy), Stepan Kubiv, non ha esitato ad esporre tutte le difficoltà – e i rischi – che Kiev ha dinanzi a sé: “Stiamo fronteggiano una crisi senza precedenti e bisogna fare qualunque cosa per evitare la bancarotta”, ha osservato mercoledì. Oltre alla svalutazione della propria moneta (la grivnia), che ha perso più del 12% del proprio valore negli ultimi due mesi, l’Ucraina deve fare anche i conti con le sempre più ristrette riserve valutarie: a fine 2013 erano a 20,4 miliardi di dollari, al momento sono sotto i 18 miliardi. Fondi insufficienti per far fronte ai bisogni dello Stato ucraino. Perché come fanno notare Adrian Karatnycky e Kalman Mizsei sul Wall Street Journal, molti sono ancora i debiti da saldare: “Oltre tre miliardi di dollari dovuti alla Russia per il gas naturale e quattro miliardi di dollari dovuti al Fondo monetario internazionale per quest’anno”. Appare quindi inevitabile la crescente sfiducia dei mercati nei confronti dell’Ucraina, il cui rating sovrano è sceso – complice la decisione dell’agenzia Standard&Poor’s – a CCC. Kiev ha bisogno di denaro e non è detto che un contributo non possa arrivare dallo stesso Fondo monetario internazionale, che si è dimostrato più che disponibile a soddisfarne le esigenze. “Nei prossimi giorni – ha annunciato giovedì il direttore generale Christine Lagarde – invieremo un team del Fmi in missione in Ucraina, per intraprendere un dialogo preliminare con le autorità” e per “la consueta valutazione tecnica indipendente sulla situazione economica del Paese e, allo stesso tempo, di cominciare a discutere con le autorità di quelle riforme politiche che potrebbero costituire la base di un programma sostenuto dal Fondo”.

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