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Il circolo vizioso delle imprese

di Carlo Buttaroni

impresaLa crescita del tasso di disoccupazione arriva come una doccia fredda sulle tiepide speranze di una rapida uscita dalla crisi. Attese alimentate dal miglioramento di alcuni parametri economici, e in particolare dal Pil dell’ultimo trimestre del 2013 che ha registrato un incremento, seppur modesto, dello 0,1%. Entrambi i risultati erano già stati annunciati dalle previsioni e, proprio da queste colonne, abbiamo più volte denunciato il rischio di una ripresa debole senza riflessi positivi sul piano occupazionale. Un andamento che, peraltro, riguarderà tutto il 2014, con una modesta risalita del prodotto interno lordo e una crescita della disoccupazione.
A gennaio l’Istat ha registrato un tasso di disoccupazione del 12,9% che equivale a un esercito di oltre 3,2 milioni di persone senza lavoro. Ma dentro quel “quasi 13 percento” c’è di più e di peggio, giacché più della metà dei disoccupati è composto da ex lavoratori, da coloro cioè che un lavoro ce l’avevano e l’hanno perso.
Osservando gli andamenti dei due principali indicatori economici, Pil e disoccupazione, è lecito chiedersi perché essi vadano in direzione opposta, e alla crescita del prodotto interno lordo si registri una diminuzione del numero degli occupati. La risposta è semplice: il numero degli occupati diminuisce perché non c’è lavoro. E non c’è lavoro perché la produzione è legata alla domanda e se quest’ultima manca, di conseguenza, cala anche la produzione. Il miglioramento del Pil registrato nell’ultimo trimestre del 2013 deriva, infatti, in gran parte dal miglioramento della domanda estera, cioè dalle esportazioni. Le esportazioni, però, contribuiscono per meno di un terzo al nostro Pil, mentre la restante quota nasce dalla domanda interna, ancora sofferente e fragile. Sulla domanda interna vivono la stragrande maggioranza delle nostre imprese (soprattutto piccole e medie) e più della metà dei lavoratori. La debolezza della domanda interna, la cui componente principale sono i consumi delle famiglie, si riflette nel calo della produzione industriale, che tra il 2013 e il 2012 è diminuita del 3%. Pertanto, senza una domanda interna che tira la produzione, le imprese devono ridurre i cicli produttivi mettendo i lavoratori in cassa integrazione, licenziandoli o, peggio, chiudendo. La debolezza della domanda interna alimenta, quindi, il circolo vizioso che ha portato alla drammatica situazione che il Paese sta tuttora vivendo e sulla cui uscita in tempi brevi ormai le speranze si sono molto affievolite.
Se la domanda interna è debole si possono fare tutte le riforme del mercato del lavoro immaginabili, ma nessuna impresa assumerà se non c’è qualcuno in grado di comprare ciò che viene prodotto. D’altronde, la regola nelle economie moderne è che la spesa di una persona rappresenta il reddito di un’altra, ed è intorno a questa premessa condivisa che sono cresciute le economie occidentali prima della crisi finanziaria. Per rimettere in moto l’occupazione e l’economia nazionale, quindi, c’è bisogno soprattutto che la domanda interna (cioè investimenti e consumi) ricominci a tirare la produzione, permettendo alle imprese di ricominciare ad assumere. Naturalmente, c’è bisogno anche di politiche che aiutino a produrre con meno costi e in quest’ottica è importante capire quali sono i bisogni delle imprese, soprattutto le micro, piccole e medie che costituiscono la spina dorsale dell’Italia che produce.
Si pensi ai fattori che incidono negativamente sulla vita di un’azienda: per esempio i costi amministrativi che, nel caso di una piccola impresa, incidono mediamente per il 10%-15% sul costo per unità di prodotto. Questo valore è notevolmente cresciuto con la crisi a causa dell’aumento degli adempimenti e dell’inasprimento della pressione fiscale. Oltre a ciò, le imprese italiane pagano lo scotto d’infrastrutture inadeguate, un costo dell’energia troppo elevato e una burocrazia asfissiante e lentissima che fa lievitare i costi di produzione più della retribuzione di un lavoratore.
Cosa occorre fare, quindi, per uscire dalla crisi? Sicuramente l’opposto delle politiche economiche messe in campo finora, incentrate sul rigore e il contenimento della spesa. Nel momento in cui il settore privato è impegnato in uno sforzo collettivo per spendere meno, le politiche pubbliche devono, infatti, agire per sostenere e stabilizzare la domanda interna. O, per lo meno, non peggiorare la situazione con massicci tagli e aumenti delle aliquote fiscali a carico dei cittadini, com’è successo in questi anni con le “politiche lacrime e sangue”. Le politiche restrittive, infatti, si sono sommate agli effetti dei tagli alla spesa privata, innescando una spirale negativa sull’economia.
L’economia, si sa, non è una scienza esatta, e deduce dai fatti le sue teorie. Semmai ce ne fosse stato bisogno, ce ne siamo accorti nel momento in cui gli imponenti apparati di controllo non avevano previsto né l’inizio né la durata della crisi. All’inizio del tunnel sono state varate manovre per centinaia di miliardi euro che hanno inasprito la pressione fiscale e ridotto i redditi a disposizione delle famiglie. La teoria dell’“austerità espansiva”, cui alcuni ancora credono, è stata contestata persino dal Fondo Monetario Internazionale. Non solo: le evidenze empiriche mostrano anche che una variazione nell’imposizione fiscale ha un moltiplicatore minore rispetto alla spesa pubblica. Tagliare le tasse, cioè, può non bastare a far riprendere l’economia, perché buona parte del reddito disponibile aggiuntivo sarà usata per risparmiare o ripagare i debiti, invece che essere spesa. E’ quindi necessario che, in assenza di fiducia degli investitori e delle famiglie, sia lo Stato a spendere. E in questo senso basta guardare agli studi più recenti sui moltiplicatori di spesa pubblica e tasse, che dimostrano quanto un euro di spesa pubblica in più e di tasse in meno riescono a generare in termini di incremento del Pil.
Essi dimostrano non solo che nell’area euro i moltiplicatori esistono e sono positivi (meno tasse e più spesa pubblica fanno salire il Pil) ma anche che investimenti e spesa pubblica per consumi di beni e servizi rappresentano la componente della politica fiscale che funziona meglio. Le minori tasse naturalmente fanno bene, ma rischiano di stimolare solo il risparmio perché famiglie e imprese tendono a cautelarsi di fronte a un futuro incerto. È lo Stato, supplendo all’assenza momentanea del settore privato, che deve investire in opere strategiche per rendere l’Italia un paese più moderno, aiutandola così a uscire da un circolo vizioso che uccide per sempre le piccole imprese e il futuro di tanti giovani.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 3 marzo 2014. Sfoglia l’indagine in pdf

 

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