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La “grande bellezza” di una città alla bancarotta

di Antonio Caputo

roma_servizi_pubbliciÈ valsa la pena fare le ore piccolissime per vedere come stava andando la Notte degli Oscar fino all’annuncio (poco prima delle 4 ora italiana), di Viola Dacis e Ivan McGregor, che premiava con l’ambitissima statuetta il film di Sorrentino? Solo chi è vissuto a Roma, ma soprattutto, ha vissuto Roma, con le sue incantevoli bellezze da sindrome di Stendhal, le emozioni esclusive che trasmette, le sue feste, le sue terrazze, la sua atmosfera, può capire il perché della domanda, altro non potendo, ovviamente, che dare risposta affermativa: sì, ne è valsa la pena.
Per un incredibile contrappasso, destino ha voluto che proprio nei giorni della vittoria agli Oscar, il teatro, e contemporaneamente la vera protagonista della pellicola, e cioè la Città di Roma, sia stata a rischio default. Una delle città più belle e ricche di storia, cinematograficamente celebrata (sia pur evidenziandone l’aspetto decadente) a livello mondiale, versa in situazione di bancarotta, schiacciata dal peso dei debiti, tra scandali ed inefficienze.
Fa rabbia vedere Roma (e non solo in quanto Capitale del nostro Paese ma, soprattutto per ciò che ha rappresentato e rappresenta tuttora a livello culturale, artistico e religioso), ridotta così: intere zone del territorio fuori controllo, dal punto di vista della sicurezza, del dissesto idrogeologico, dei servizi; un degrado morale, simboleggiato dai numerosi scandali che si susseguono.
Capitolo a parte è la cronica carenza infrastrutturale, con un sistema di trasporti da quarto mondo: due sole linee di metropolitana (contro le 4 di Milano, che ha la metà della popolazione, ed un territorio molto più piccolo), tre ferrovie urbane, a dir poco oscene; un servizio di mezzi di superficie disastroso e con ritardi atavici, che copre ad esempio 9-10 km n un tempo medio di un’ora e dieci minuti, per una velocità media di 8 km/h, ossia più bassa di quella di una corsetta; periferie quasi del tutto abbandonate, con i quartieri esterni al tracciato della metropolitana isolati, per raggiungere i quali ci si imbarca in un’odissea, affidandosi alla Provvidenza per aspettare il passaggio degli autobus. Per non parlare del fatto che ad ogni temporale, ad ogni sciopero, e all’ora di punta ogni giorno, la città va in tilt.
Infine, ciò che ha fatto scoppiare il bubbone dei giorni scorsi: l’enorme debito, accumulato da anni e dovuto, tra l’altro, all’esercito di stipendiati, tra dipendenti diretti del Campidoglio e quelli delle società partecipate che divora ogni anno oltre due miliardi di euro di soli stipendi (in tutto 62.000 pari agli abitanti di una città di medie dimensioni; di questi, 12.000 solo all’Atac, con 1.400 assenze al giorno, per una società di trasporti tra le più disastrose d’Europa che in dieci anni ha cumulato debiti, ripianati a piè di lista dal Campidoglio, pari ad 1,6 miliardi, in cambio di un servizio indegno di una Capitale del G8), ma anche ai buchi delle società partecipate (la già citata Atac, l’Ama che si occupa del servizio rifiuti), agli sprechi vari, ai mancati introiti sugli affitti degli immobili di proprietà del Campidoglio, insomma, una selva da disboscare.
Sarebbe ingeneroso gettare la croce addosso all’attuale sindaco, Ignazio Marino, la cui amministrazione comunque al di là della pedonalizzazione dei Fori Imperiali, non ha fatto altro che si ricordi, o al suo immediato predecessore, Alemanno, che pure ha contribuito ad allargare la crepa: il buco è vecchio di anni, se non di decenni, e si è ingrandito amministrazione dopo amministrazione, fino a Rutelli e Veltroni (tra le ragioni della clamorosa sconfitta del centrosinistra alle comunali 2008, vi era proprio l’eredità del sindaco uscente, all’epoca leader Pd). All’insediamento di Alemanno, nel 2008, si decise, per evitare di dichiarare già allora (e forse sarebbe stato meglio) il default, di separare la gestione, tra debiti pregressi, creatisi prima del 2008, raccolti in una sorta di bad company, e gestione ordinaria, dal 2008 in poi. Man mano che si procedeva con la verifica di questa bad company, veniva a galla una voragine sempre più profonda: si era partiti con un buco di 5 miliardi, per arrivare ad un anno fa, all’epoca della campagna elettorale al livello, mostruoso, di 12,7 miliardi (sempre per i debiti pre 2008, ma c’è chi parla di 20 miliardi), in realtà nessuno è oggi in grado di quantificare il livello di indebitamento della Città Eterna. Come possa versare in tali condizioni una città come Roma, che solo per le entrate legate al turismo dovrebbe avere i bilanci in attivo stabile e permanente, è un mistero.
Tre esempi del disastro: 1) la linea A della metropolitana, la cui progettazione iniziava nel 1955, è stata inaugurata da Luigi Petroselli (allora sindaco) nel 1980; 2) in vista del Giubileo del 2000, il governo Dini nel 1995 stanziò i fondi per tre grandi opere infrastrutturali, quali il sottopasso di Castel S. Angelo, l’anello ferroviario, la linea C della metropolitana (di cui Rutelli, nella trionfale campagna per la rielezione – autunno 1997 – promise l’apertura prima del Giubileo): di esse fu realizzata solo la prima (in versione ridotta) mentre, nel 2004, Walter Veltroni, nel frattempo divenuto sindaco, si lamentava per la mancanza di fondi per la costruzione della metropolitana C, di cui fino a quel momento non era stato realizzato neppure un centimetro; ma che fine avevano fatto i soldi stanziati dal Governo Dini? Mistero; 3) il consumo del territorio: da decenni l’espansione del tutto disordinata dell’agglomerato abitativo porta alla costruzione di interi nuovi quartieri-dormitorio nell’estrema periferia, dei veri e propri paesaggi lunari, con servizi che stentano ad arrivare, se non dopo anni, a costi esorbitanti ed in maniera del tutto insufficiente, isolando di fatto centinaia di migliaia di persone dal cuore nevralgico della metropoli.
Soluzioni? Difficile dirlo: il fallimento significherebbe un danno d’immagine per l’intero Paese, ma di certo non si può continuare così. Le privatizzazioni dei servizi pubblici locali, oltre ad essere in contrasto con l’esito del referendum di tre anni fa, sono di difficile attuazione, anche per la probabile opposizione dei dipendenti delle municipalizzate. Non si possono sobbarcare il peso di tale disastro, però, gli incolpevoli contribuenti di altre aree del Paese, considerando che nella Capitale neppure si paga il Raccordo Anulare mentre, in città come Napoli o Milano, sono a pagamento le relative tangenziali.

 

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