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La questione della parità di genere

di Mirko Spadoni

quote_rosaE’ una scelta che fa discutere. L’aula della Camera ha infatti deciso – con voto a scrutinio segreto – di respingere tutti gli emendamenti per la parità di genere nell’Italicum. Si sono così evitati, secondo alcuni, “problemi di incostituzionalità evidenti”. L’introduzione delle quote rosa, a detta del deputato di Forza Italia Paolo Sisto e relatore alla riforma del sistema di voto, avrebbe comportato “un problema meritocratico nonché quello che si porrebbe qualora vi fosse un partito caratterizzato da un genere”. “La parità di genere è prevista in altri sistemi di voto? In quel caso – osserva Sisto – ci sono le preferenze e immagino che se noi avessimo avuto le preferenze il problema non si sarebbe neanche posto”. Quale che sia la soluzione è difficile da indicare, fatto sta che la questione legata alla rappresentanza femminile in Parlamento ha radici lontane. Il rapporto Le donne nelle istituzioni rappresentative dell’Italia repubblicana: una ricognizione storica e critica, diffuso nel 2011 e condotto da Lorella Cedroni, professoressa di Filosofia Politica all’Università Sapienza di Roma, e da Marina Calloni della Bicocca di Milano, lo certificò ampiamente. All’epoca dello studio, l’Italia occupava il 54esimo posto su un campione di 188 Paesi per rappresentanza femminile in Parlamento e il quarto ultimo tra i ventisette membri dell’Unione europea. Un risultato tutt’altro che positivo, figlio “di vari fattori, culturali e sistemici”, spiegava a T-Mag la professoressa Lorella Cedroni. Sono passati due anni e la situazione non è migliorata, anzi. Il Global gender gap report 2013 del World economic forum, che ordina – in ordine decrescente – i Paesi a seconda del livello di uguaglianza tra uomini e donne, assegnando una percentuale che va da un massimo del 100% ad un minimo dello 0%, mette in luce un dato poco confortante per l’Italia: il nostro Paese si posiziona 71esimo con una percentuale del 68%. Sette anni fa era al 67%. Il rapporto valuta la disparità di genere in base a quattro criteri principali: la partecipazione economica e le opportunità, i risultati formativi, salute e sopravvivenza e potere di rappresentanza politica. Per inciso: nell’ultima categoria, il nostro Paese ha l’indice più basso (19%) rispetto ad una media del 21%. Male va anche per quanto riguarda il gap salariale tra uomini e donne, con l’Italia che occupa una delle posizioni più basse: la 124esima su 136.
Quello della disparità retributiva è un problema tuttavia trasversale a molti Paesi, secondo i dati raccolti dalla Commissione europea e diffusi qualche giorno fa in occasione della Giornata per la parità retributiva, le donne sono costrette – per poter percepire uno stipendio uguale a quello di un uomo – a lavorare 59 giorni in più. Il divario retributivo di genere (pay gap), ovvero la differenza media tra la paga oraria di uomini e donne nell’Unione europea, è infatti ancora molto elevata e pari al 16,4%. In una relazione del dicembre scorso relativa all’attuazione delle norme Ue sulla parità di trattamento di uomini e donne in materia di impiego “la Commissione – si legge su europa.eu – ha constatato che la parità retributiva è ostacolata da una serie di fattori: sistemi retributivi poco trasparenti, assenza di chiarezza giuridica nella definizione di “lavoro di pari valore” e “ostacoli procedurali”.
“La Commissione europea – si legge invece in una risoluzione del Parlamento europeo del novembre scorso – deve sostenere gli Stati membri nella riduzione del divario retributivo di genere di almeno 5 punti percentuali ogni anno, con l’obiettivo di eliminarlo entro il 2020”.
La riduzione del divario retributivo di genere avrebbe effetti (positivi) anche sull’economia generale: secondo uno studio dell’European added value assessement (Application of the principle of equal pay for men and women for equal work of equal value), ogni punto percentuale di diminuzione del pay gap garantirebbe un aumento della crescita economica dello 0,1% a livello europeo.
Sembra quindi essere ancora molto lontana la piena attuazione e il rispetto della direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 5 luglio del 2006, che impone “il principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego”.
E nonostante i risultati fin qui raggiunti non possono considerarsi soddisfacenti, c’è il rischio che la situazione addirittura peggiori. Perché come sottolinea l’indagine Women, men and working conditions in Europe di Eurofound, pubblicata solo qualche mese fa, la crisi economica potrebbe accentuare ancor di più le disparità di genere a medio e lungo termine. In particolare – denuncia chi ha condotto la ricerca – esiste il rischio concreto che le misure di austerità possano annullare i progressi raggiunti attraverso le politiche sociali come quella di sostegno all’infanzia, che ha permesso a molte donne di restare nel mondo del lavoro. Un’eventualità possibile, ma inaccettabile.

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