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La delicata situazione in Ucraina/4

di Mirko Spadoni

russia_crimea_ucrainaAttorno alla Repubblica autonoma di Crimea ruotano diversi punti di vista: “un’annessione legittima”, secondo Mosca; “un’occupazione temporanea”, secondo Kiev. Perché, dopo aver riconosciuto “la Repubblica di Crimea come Stato sovrano e indipendente”, il presidente russo Vladimir Putin ha siglato l’accordo d’annessione della penisola che si affaccia sul Mar Nero alla Federazione russa. L’intesa, che ora deve essere ratificata dalla Duma, è stata sottoscritta anche dal premier e dal presidente del parlamento crimeano, Sergei Aksyonov e Vladimir Konstatinov, e il sindaco di Sebastopoli.
Annessa la Crimea, Putin ha però ribadito che la Russia non pretende – o mira – “alla scissione dell’Ucraina”: “Vorrei che mi ascoltaste, cari amici. Non dovete credere a chi vi dice di aver paura della Russia e a chi grida che dopo la Crimea toccherà anche ad altre regioni. Non ne abbiamo bisogno”. Il referendum di domenica ha corretto un “errore (quello dell’allora segretario generale del PCUS Nikita Krusciov, che nel 1954 decise di “donare” al popolo ucraino la penisola, ndr)” e “ciò – sostiene il leader del Cremlino – andrebbe accolto con favore e non con l’annuncio di sanzioni”. O con l’esclusione di Mosca dal G8, come annunciato dal ministro degli Esteri francese Laurent Fabius. “In Ucraina, vivono e vivranno sempre milioni di cittadini russofoni e la Russia – ha ribadito Putin – difenderà sempre i loro interessi mediante mezzi politici, diplomatici e legali. Ciononostante, dovrebbe essere l’Ucraina stessa a preoccuparsi di fare in modo che i diritti e gli interessi di queste persone venissero garantiti, giacché ciò è anche una garanzia della stabilità, della sovranità ucraina e dell’integrità territoriale del Paese”. L’annessione comporterà anche dei costi: secondo Karen Vartapetov, analista dell’agenzia di rating Standard & Poor’s citato dalla Reuters, Mosca dovrà pagare 38 miliardi di rubli (circa un miliardo di dollari) l’anno per portare pro-capite delle entrate del bilancio della Crimea allo stesso livello delle regioni più povere della Federazione russa, come l’Ossezia del Nord e Kabardino-Balkaria nel recalcitrante Caucaso del Nord. Decisamente più esoso l’esborso calcolato dal quotidiano Moskovsky Komsomolets, secondo cui l’assorbimento Crimea potrebbe costare alla Russia ben 20 miliardi dollari nei prossimi tre anni.
Nella penisola crimeana, dove il 58% della popolazione (1 milione e 973 mila abitanti) è di etnia russa, il 24% ucraina, il 12% è tartara e il resto è composto da altre minoranze, la tensione non accenna a diminuire, anzi. Nella giornata di martedì ci sarebbe stata la prima vittima: un soldato dell’esercito ucraino, ucciso – secondo il ministero della Difesa di Kiev – “nel corso di un’assalto al XIII centro fotogrammetrico di Sebastopoli, condotto con armi automatiche da alcuni militari della Federazione russa”. Il presidente dell’Ucraina e presidente della Verkhovna Rada, Oleksandr Turchynov, ha così ordinato ai soldati dispiegati in Crimea di usare le armi “sotto i regolamenti militari al fine di proteggere la loro vita”. Un ordine che però non avrebbe avuto effetti deterrenti nei confronti dei miliziani filo-russi, che nella giornata di mercoledì hanno assaltato – occupandolo – il quartier generale della Marina Militare ucraina nel porto di Sebastopoli, sequestrandone il capo di Stato maggiore Serhiy Haiduk, che assieme ai suoi ufficiali aveva abbandonato la struttura. “Il conflitto è passato dalla fase politica a quella militare – ha denunciato da Kiev il premier ucraino Arseniy Yatsenyuk –: I soldati russi hanno cominciato a sparare contro i militari ucraini, e questo è un crimine di guerra”.
Nel frattempo e stando a quanto riferisce l’agenzia di stampa Interfax, Mosca non contribuisce ad allentare la tensione: oltre 5.000 artiglieri delle truppe aviotrasportate russe condurranno infatti delle esercitazioni di tiro nel territorio di otto regioni russe, compreso il poligono vicino a Novorossisk, che confina con la Crimea.
Le manovre, nel corso delle quali verranno impiegati oltre mille mezzi militari (tra blindati e pezzi d’artiglieria), dureranno da 45 giorni a due mesi.
L’Ucraina non resta a guardare e così nella giornata di lunedì la Rada ha approvato – con 275 voti a favore – un fondo di emergenza di 6,7 miliardi di hryvnja (circa 600 milioni di euro) per le spese militari e la mobilitazione dell’esercito e della Guardia Nazionale. Una decisione che può anche lasciare sorpresi, se si tiene conto che l’intero budget statale non supera i 50 miliardi di dollari l’anno. Dopo aver imposto – seguendo l’esempio di Washington – sanzioni economiche e il congelamento dei beni ai danni di 13 personalità russe e otto ucraine, l’Unione europea continua a reagire a modo suo: simbolicamente (la visita a Mosca del presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, in programma per mercoledì è stata infatti annullata) e concretamente (dopo aver già stanziato 610 milioni di euro, Bruxelles ha deciso di concedere anche un miliardo di euro per un piano di assistenza macrofinanziaria alla già fragile economia ucraina). “Un’Ucraina neutrale e amichevole – sostiene su Il Foglio Felix Stanevskiy, ex ambasciatore russo in Italia e in Georgia – mitigava l’aspirazione russa a porre la questione della Crimea. Se l’Ucraina passa nell’orbita di un’alleanza belligerante, nell’immaginario popolare russo si priva del diritto di amministrarla”. Un diritto a cui – e a quanto sembra – Mosca non vuole rinunciare.

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