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Il ricordo di Don Giuseppe Diana

di Alfredo Caputo

don_giuseppe_dianaCasal di Principe, terra dei morti ammazzati, terra in cui non si muove foglia, che la camorra non voglia. E’ in quella terra oppressa dall’asfissiante controllo camorristico, che nasce e che lotta per la sua gente, Don Peppe Diana.
Esattamente venti anni fa, mentre, di prima mattina, si accingeva a celebrare Messa, veniva ucciso, raggiunto da cinque colpi di pistola nella sacrestia della Chiesa di San Nicola, in cui era parroco, nella sua Casal di Principe.
Ma chi era Don Peppe? Nato, nel 1958, da una famiglia di agricoltori, entra giovanissimo in Seminario, frequentando le scuole medie e superiori, per poi laurearsi in Teologia a Napoli, presso l’Università Pontificia del Seminario di Posillipo, ed in Filosofia presso la Federico II, sempre nel capoluogo partenopeo. Entra anche nel mondo dello scoutismo, divenendo direttore spirituale del gruppo locale, e capo reparto, esperienza che lo segnerà profondamente; verrà ordinato Sacerdote a 24 anni, nel 1982. Segretario del Vescovo di Aversa, diventa parroco della Chiesa di San Nicola a Casal di Principe nel 1989. La sua formazione lo porterà anche all’insegnamento scolastico.
Casal di Principe, terra di camorra, dicevamo, sotto il dominio soffocante delle famiglie Schiavone (il cui boss, Francesco, il famigerato Sandokan, era il dominus assoluto di Casal di Principe, la “Corleone della camorra”), Bidognetti e Zagaria; un dominio non solo militare ma anche politico (infiltrazioni negli enti locali) ed economico, in cui i proventi dei traffici illeciti (droga, sfruttamento della prostituzione, racket delle estorsioni, sfruttamento degli immigrati, che proprio in quegli anni cominciavano ad insediarsi in terra di Campania) erano riciclati in attività economiche formalmente pulite, ma in realtà, vere e proprie lavatrici di reimpiego di tale denaro.
Da sacerdote, da capo scout e da insegnante, Don Peppe cercherà di restituire una speranza alla gente onesta, e soprattutto ai giovani, la cui formazione riteneva fondamentale per evitare che cadessero sotto il dominio camorristico.
Nel 1991 prepara un forte documento-manifesto, che sarà letto in occasione del Natale, in tutte le Chiese di Casal di Principe, sull’impegno anti-camorra, intitolato “Per amore del mio popolo, non tacerò”.

“Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori (…) ci sentiamo investiti della responsabilità di esser segno di contraddizione (…) La camorra è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società. I camorristi impongono con violenza (…) regole inaccettabili: estorsioni (…) tangenti sui lavori (…) traffici illeciti per l’acquisto e spaccio di sostanze stupefacenti, il cui uso produce, a schiere, giovani emarginati e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come flagelli devastatori sulle famiglie (…) esempi negativi per gli adolescenti (…) veri e propri laboratori di violenza del crimine organizzato”.

Ancora, si denuncia “il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli (…) uno Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi”.

“La Camorra rappresenta uno Stato deviante, parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e intermediari che sono la piaga dello Stato legale. (…) Le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale (…) Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venir meno. Dio ci chiama ad essere profeti (…) Le nostre Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di (…) impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico, coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti (…) Ai preti, nostri pastori e confratelli, chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo profetico affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Libro delle Lamentazioni, 3,17-26). Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire, con Geremia ‘Siamo rimasti lontani dalla pace … abbiamo dimenticato il benessere … La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare … sono come assenzio e veleno”.

Era troppo, per la camorra, che gli fece pagare, con la vita, il suo impegno, che poi era né più né meno che fare il prete. Emerge, in ciò, un impressionante parallelo con Don Pino Puglisi, ucciso sei mesi prima dalla mafia a Brancaccio: stesse modalità, stessa mano (criminalità organizzata), nel giorno della propria festa (il compleanno per Don Puglisi, l’onomastico per Don Peppe Diana), e, soprattutto, stesso periodo. Dopo le stragi, si stava risvegliando, non solo in Sicilia, la coscienza del popolo: le organizzazioni criminali perdevano consenso; c’era un nuovo impegno della Chiesa, vista (grazie al discredito della politica e anche per la voce forte ed autorevole di Giovanni Paolo II), come credibile punto di riferimento morale; se quel punto di riferimento prende posizione, si può realmente incrinare il muro di complicità forzata, di omertà, di consenso attorno ai clan criminali.
Non è un caso che due omicidi di sacerdoti siano avvenuti per mano mafiosa (dopo anche gli attentati a Roma, contro le Chiese di S. Giovanni in Laterano e S. Giorgio al Velabro) nei mesi successivi all’appello del Papa, durissimo, contro le mafie, ad Agrigento (“non può nessuna umana agglomerazione, mafia, calpestare questo diritto santissimo di Dio … Lo dico ai responsabili: convertitevi, una volta verrà il giudizio di Dio!”).
Una Chiesa che fa il proprio dovere, di riaffermare libertà e dignità della persona, dal primo istante di vita (concepimento), all’ultimo (la morte naturale), nei confronti di ogni potere, politico, economico, culturale, militare e anche mafioso (l’antistato che si sostituisce all’assenza dello Stato in diverse regioni) che sia, dà fastidio, va messa a tacere. E’ la storia che si ripete, cominciata 2000 anni fa, e che probabilmente andrà avanti finché esisterà il mondo.

 

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