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Una “grande moderazione” non basta

di Fabio Germani

economiaQuello che in molti ritengono si stia verificando nell’attuale fase di bassa congiuntura economica è paragonabile alla Grande Moderazione della metà degli anni ’80, solo che in versione 2.0 come ha suggerito Gavyn Davies sul Financial Times, non fosse altro che la prima nacque da una diversa matrice. A coniare l’espressione fu Ben Bernanke nel 2004, poco prima cioè di diventare presidente della Fed. Durante un intervento all’Università La Sapienza del 2009, l’allora vicedirettore generale della Banca d’Italia, Ignazio Visco, la spiegò in questo modo: “Nelle interpretazioni più benevole, l’economia mondiale era entrata in una fase nuova, la ‘Grande Moderazione’, caratterizzata da una crescita sostenuta e priva di significative oscillazioni e una dinamica dei prezzi ordinata e ancorata intorno a valori medi contenuti. L’avvento di quella fase, veniva argomentato, era il risultato dell’adozione di politiche economiche efficacemente orientate alla stabilità macroeconomica, in particolare di politiche monetarie credibilmente indirizzate al contenimento delle tensioni inflazionistiche, al mantenimento del valore della moneta. Ne sarebbero conseguite prospettive certe e stabili, condizioni propizie per l’iniziativa privata e quindi per lo sviluppo economico”.
Fu proprio quello che avvenne negli Stati Uniti negli anni ’80, dopo un decennio di economia “drogata” e con l’inflazione al 12,3% (1974). In seguito, sotto la presidenza di Paul Volcker, la Fed si vide costretta ad assumere misure draconiane e non ebbe particolari scrupoli a provocare una recessione con ripercussioni, inevitabilmente, mondiali. Ma il sacrificio riportò i prezzi a livelli accettabili e la riduzione della volatilità dei mercati. La Grande Moderazione servì ad agganciare il treno della ripresa, a controllare una crescita ormai “stabilizzata” e ad incoraggiare una maggiore assunzione di rischio finanziario. Con lo scoppio della crisi nel 2008 il paradigma è venuto meno: alle recessioni di breve durata ne sono seguite di più lunghe, che hanno coinvolto anche i Paesi emergenti la cui crescita del Pil reale era stata fino a quel momento figlia delle politiche espansive della globalizzazione.

La classe media a rischio impoverimento
Qual è il quadro attuale, dunque? Il disagio sociale non è appannaggio del solo Occidente particolarmente colpito dalle difficoltà economiche, ma anche di quei paesi – emergenti, per l’appunto – che ora vedono diminuire la crescita del 2,5% rispetto agli anni pre-crisi. E la condizione che ha fotografato pochi giorni fa sempre il Financial Times (analizzando i dati del Fondo monetario internazionale, della Banca Mondiale e della Banca asiatica per lo sviluppo) evidenzia un rischio impoverimento per quanti erano riusciti ad allontanarsene. La classe media nel mondo corrisponde a circa tre miliardi di persone, di cui un miliardo – appartenenti ad una più debole fascia economica – alle prese con nuovi ostacoli. Tanto per fare un esempio recente (i dati sono della Banca Mondiale), la Cina crescerà del 7,6% nel 2014, poco meno del previsto. La Thailandia, invece, vedrà aumentare il proprio Pil del 3%, vale a dire 1,5 punti percentuali in meno rispetto a quanto ipotizzato sei mesi fa. Inutile sottolineare come la situazione possa scoraggiare i Paesi più ricchi nell’ottica di interdipendenza sia nella produzione che negli scambi commerciali. Ma se per rilanciare l’economia reale servono politiche espansive (il tema è alquanto dibattuto in Europa, nonostante le resistenze della “rigorista” Germania), al contrario un eccessivo entusiasmo dei mercati finanziari andrebbe contenuto, evitando un nuovo e repentino tracollo. Con il rischio, stavolta, che una Grande Moderazione su larghissima scala possa non bastare a riparare i cocci.

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