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La Nigeria e i fondamentalisti di Boko Haram

di Mirko Spadoni

goodluck_jonathan_gay_marriage_lawAbuja ha disatteso la promessa fatta a gennaio. Il gruppo terroristico di ispirazione islamica Boko Haram, che dal 2009 (anno della morte del suo fondatore, Mohammed Yusuf) ha scatenato una serie di attentati in tutta la Nigeria, non è stato ancora reso inoffensivo. Cosa che, a detta del capo di Stato maggiore della Difesa nigeriana Marshal Alex Badeh, sarebbe dovuta accadere sul finire del mese scorso. E così nella notte del 14 aprile nel villaggio di Chibok, i terroristi hanno rapito circa 300 ragazze, alunne di un istituto che aveva – in via eccezionale – permesso di sostenere gli esami di fine anno. Una cinquantina di loro (secondo Al Jazeera, 53) sono riuscite a fuggire pochi minuti dopo essere state fatte prigioniere. Qualche giorno dopo (il 6 maggio), in un villaggio vicino Chibok, Boko Haram è tornato a ripetersi, rapendo altre otto ragazze. Il motivo? “Le venderò e – ha annunciato il leader del gruppo, Abudakar Shekau (su cui pende una taglia di 7 milioni di euro) – le farò sposare”, salvo poi cambiare idea qualche giorno dopo. Nella giornata di lunedì, il gruppo ha infatti pubblicato un video su YouTube con il quale propone uno scambio di prigionieri per il rilascio delle ragazze.

I terroristi di Boko Haram
Fin dall’anno della sua fondazione – il 2002 – Boko Haram, che letteralmente significa “l’educazione occidentale è proibita”, non ha mai nascosto i suoi obiettivi (l’imposizione della sharia e il boicottaggio del sistema educativo occidentalizzato) e il suo nemico (il “corrotto” governo di Abuja). Dopo la morte del suo fondatore nel 2009, ucciso mentre era agli arresti per aver scatenato una rivolta che causò la morte di 780 persone, il leader del gruppo è diventato Abudakar Shekau, “che – come scriveva qualche mese fa su GQ Alex Preston – ha rafforzato i legami con Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim) e i ribelli somali di Al-Shabaab”, radicalizzando il movimento. Secondo un rapporto dell’International Crisis Group di Bruxelles (Curbing Violence in Nigeria (II): The Boko Haram Insurgecy), i fondamentalisti islamici hanno agito nei primi anni di attività con la complicità di alcuni politici locali che ne hanno poi perso il controllo. “Ad essere onesti – scrive invece Foreign Policy – a fine 2013 l’esercito nigeriano ha intensificato i suoi sforzi, riuscendo a colpire i militanti più anziani del gruppo”, senza però conseguire il risultato più importante: la sua repressione. Un piccolo appunto: nel contrastare Boko Haram, Abuja si avvalse anche dell’aiuto della Civilian Jtf, un gruppo di volontari (per lo più ragazzi).

La Nigeria, la prima economia africana
Pur non riuscendo a reprimere i fondamentalisti islamici, Abuja ha conseguito altri importanti risultati. Oltre ad essere il Paese più popoloso (con 167 milioni di abitanti, secondo i dati relativi al 2012 e diffusi dell’Ufficio Nazionale di statistica), la Nigeria è infatti anche la prima economia del Continente nero. Un primato raggiunto recentemente (il 6 aprile scorso) e grazie all’aggiornamento dei dati utilizzati per calcolare il Prodotto interno lordo. L’ultima revisione, datata 1990, non teneva infatti conto di alcuni settori cresciuti esponenzialmente negli ultimi anni: i servizi, le telecomunicazioni, real estate, Internet e l’industria cinematografica locale (la “Nollywood”, con un ‘giro d’affari’ di oltre 3,7 miliardi di dollari). Le nuove stime del Pil – relative al 2010 – sono così cresciute del 60%, arrivando a 453 miliardi di dollari. Eppure la Nigeria resta un Paese estremamente povero (secondo l’Fmi, il reddito nominale pro-capite è stato nel 2011 di 1.500 dollari) e dove la sperequazione è ancora molto alta (secondo il National Bureau of Statistics, il 61,2% della popolazione vive infatti con meno di un dollaro al mese). Un piccolo appunto: con l’aggiornamento delle statistiche, il Pil pro-capite è salito a 2.688 dollari. Un lieve balzo in avanti, ma niente a che vedere con quello sudafricano (oltre 7.500 dollari).

Gli obiettivi futuri di Abuja
Nonostante il recente primato, l’economia nigeriana deve migliorare ancora sotto molti aspetti. Il tasso di disoccupazione è al 29,3%. In importanti città come Kano e Yobe si registra quello più elevato: rispettivamente a 67% e al 60,6%. Mentre l’indice di sviluppo umano resta ancora molto basso: nel 2012 e secondo l’Undp (United nations development programme), il Paese occupava il 156 esimo posto sui 187 disponibili. Eppure la Nigeria avrebbe la possibilità di migliorare ancora. Magari sfruttando meglio il petrolio, da cui è forse troppo dipendente. ‘L’oro nero’ contribuisce al 95% dei proventi delle esportazioni, all’80% del bilancio e al 40% del Pil. Una situazione del resto inevitabile, con riserve provate di 37.200 milioni di barili, la Nigeria – oltre ad essere l’undicesimo produttore di gas a livello mondiale – è il primo produttore africano, il 6° in ambito OPEC e il 10° al mondo.
Risorse che potrebbero aiutare la Nigeria a raggiungere un ambizioso obiettivo: entrare entro il 2020 nelle prime venti economie del mondo con un Pil ideale di 900 miliardi di dollari e un reddito pro-capite di 4.000 dollari. Un obiettivo ambizioso, che tuttavia deve essere preceduto dal conseguimento di un altro: la vittoria su Boko Haram.

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