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Il diario del Festival di Cannes/3

di Giampiero Francesca

tommy lee jonesUn week end molto intenso è appena trascorso sulla croisette. Cinque film in concorso, due proiezioni speciali e le solite, interessantissime, sezioni parallele hanno riempito queste giornate festivaliere. Districarsi in un programma tanto fitto non è stato facile e qualcosa, alla fine, è stato sacrificato.

In ordine rigorosamente cronologico la selezione ufficiale ha presentato Winter Sleep del regista turco Nuri Bilge Ceylan. Opera titanica di oltre tre ore il film, sorprendentemente dialogato per le caratteristiche dell’autore, conferma la grande maestria del cineasta di Istanbul. Dopo film come Le tre scimmie e Uzak time in Anatolia Ceylan torna infatti a Cannes con una pellicola intensa, di non facile visone (vista anche la durata) ma pregevole nella messa messa in scena. Meno interessante ma più divertente é Relatos Salavjes dell’argentino Damián Szifrón. Commedia che mette alla berlina le contraddizione della borghesia sudamericana moderna, il film ha sicuramente il pregio di concedere, a noi spettatori del festival, una pausa dalle atmosfere serie ed austere della gran parte delle opere presentate. Detto del passaggio di Saint Lauren di Bertrando Bonnello, seconda biografia del grande stilista portata sul grande schermo in pochi mesi, sacrificata sull’altare del poco tempo disponibile, altri due film di genere hanno colorato il week end del concorso. Captives di Atom Egoyan è infatti un thriller classico e lineare, fin troppo elementare nella sua costruzione per un passaggio nella sezione centrale del festival di Cannes. Posto che merita certamente The Homesman di Tommy Lee Jones. L’attore statunitense, che aveva già esordito alla regia con il bel Le tre sepolture, porta al festival di Cannes un western atipico, il cui tradizionale viaggio verso il west viene capovolto, tornando sui suoi stessi passi e conducendo i provenisti da occidente verso oriente. Una riflessioni sui lati bui del sogno americano per una pellicola ottimamente interpretata dallo stesso Tommy Lee Jones e da un’intensa Hillary Swank.

Fra le tante pellicole presenti nel programma delle sezioni parallele un cenno lo merita certamente The disappearance of Eleanor Rigby dell’americano Ned Benson. Pellicola particolare non fosse altro che per la sua particolare storia produttiva. Le due ore per presentate in Un Certain regard sono infatti il frutto di un’opera di fusione, una crasi, fra due diverse pellicole, sempre di Ned Benson, già viste in anteprima al festival di Toronto. I due film, che raccontavano la fine sofferta di un amore dai punti di vista dei due protagonisti della coppia, hanno così subito un processo di unione in cui coesistono le due diverse prospettive. Di tutt’altro tono e importanza è, infine, Eau argentée Syrie auto-portrait di Ossama Mohammed e Wiam Simav Bedirxan. Più che un documentario sulla guerra civile ad Homs il film é infatti uno spaccato di realtà, tragica e straziante, di quei giorni. Nulla, nelle immagini raccolte da 1001 occhi digitali presenti durante gli scontri, viene risparmiato allo spettatore. Le piccole telecamere dei telefoni cellulari immortalano gli scontri, i morti, le torture, i carriarmati, le bombe, i bambini uccisi, i cadaveri lungo le strade, le scie di sangue lasciare sul terreno. Nessuna censura, nessuna forma di evasione è concessa al pubblico. La realtà viene mostrata per quello che è; una visone quasi impossibile da portare al termine.

Al termine del primo week end di festival abbiamo assistito già a molte pellicole diverse fra loro. Autori, film di genere, documentari e animazioni hanno animato le sale di Cannes in questa prima parte di manifestazione. Ma molto deve ancora venire, ad iniziare dalla nostra Alice Rohrwacher in concorso con Le Meraviglie.

 

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