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Il quadro della disoccupazione in Italia

di Giampiero Francesca

giovani_lavoro_disoccupazioneL’attesa per la pubblicazione dei dati relativi alla disoccupazione da parte dell’Istat si avvicina sempre più ad una lenta agonia. E’ infatti quasi con angoscia che si assiste, di mese in mese, alla costante diminuzione del numero degli occupati, in particolar modo fra i più giovani. Non sorprende più, infatti, che le cifre relative a questo indicatore tocchino, per il primo trimestre del 2014, il record negativo dal 1977 con un tasso di disoccupazione arrivato al 13,8 (+0,8% rispetto al primo trimestre del 2013). Un quadro che appare ancora più cupo se si fa riferimento solo ai disoccupati fra i 15 e i 25 anni, il cui tasso ha raggiunto il triste primato del 46%. Nessuna inversione di tendenza appare dunque all’orizzonte. Negli ultimi cinque anni il numero degli occupati è diminuito di 984.000 unità, mentre nello stesso periodo l’ammontare dei disoccupati è quasi raddoppiato passando da 1.420.000 persone del 2008 agli attuali 3.487.000. Prima di addentrarci ancora di più nella descrizione di un fenomeno che sembra ormai devastare il tessuto sociale del nostro paese è utile però sottolineare una piccola nota metodologica. Il tasso di occupazione e quello di disoccupazione sono infatti indicatori molto diversi fra loro. Il primo rappresenta l’incidenza della popolazione che ha un’occupazione sul totale della popolazione, calcolato come rapporto percentuale tra il numero di persone occupate e l’intera popolazione, mentre il secondo si determina attraverso il rapporto tra persone in cerca di lavoro (disoccupati e inoccupati) e totale della forza lavoro (persone in cerca di lavoro e occupati). Appare dunque evidente come i due indicatori rappresentino due facce della stessa, pesante, medaglia. A subire maggiormente il contraccolpo della crisi è comunque il Mezzogiorno che ha visto diminuire il suo tasso di occupazione di nove punti percentuali in cinque anni (-583.000 unità), scendendo ad un drammatico 42% (a fronte del 64,2% delle regioni del nord Italia). Parallelamente l’indicatore relativo alla disoccupazione ha visto salire la sua asticella fino al 19,7% (+7,7% dal 2008), un valore superato, in negativo, solo dalla Grecia e dalla Spagna. Un dato che, già di per sé, dovrebbe richiedere interventi immediati. Ma non è solo il sud a pagare le conseguenze di questa perdurante crisi. Dal 2008 ad oggi, infatti, indipendentemente dalla posizione geografica, il crollo del lavoro nel settore manifatturiero e nelle costruzioni ha fatto scendere drasticamente il numero degli occupati di sesso maschile, con un -5,5% (dal 70,3% al 64,8%).
Resta invece costante la percentuale di donne impiegate. Pur mantenendo una maggiore difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro, l’occupazione femminile sembra risentire meno della crisi. Un dato questo frutto dell’azione di più fattori fra cui, particolarmente rilevanti, l’apporto delle lavoratrici straniere (aumentate di 359.000 unità) e l’innalzamento dell’età pensionabile. Ma il tasto più dolente, quello su cui si concentrano maggiormente le attenzioni dell’opinione pubblica, è quello relativo all’occupazione giovanile. La disoccupazione degli under25 ha infatti toccato, in aprile, il suo record negativo con un grave 43,3%. Il passaggio dalla scuola o dalle università al mondo del lavoro appare, in Italia, un impresa sempre più complessa. Il confronto con la gran parte dei paesi europei è infatti, da questo punto di vista, più che sconfortante. Mentre la media Ue28 dei giovani fra i 20 e i 34 anni che trovano lavoro entro tre anni dalla fine degli studi si attesta al 75,4% nel nostro paese questo indicatore si ferma ad un misero 48,3%. Leggermente migliore è la situazione dei neo-laureati che trovano un impiego nel 56,9% dei casi (comunque sempre molto al di sotto della media europea che tocca l’80,7%). Da questo punto di vista è però necessario sottolineare l’aumento del fenomeno della sovraistruzione, ovvero di coloro che accettano un lavoro meno qualificante rispetto al titolo di studio. A fronte di una delle percentuali più basse di laureati d’Europa (16,3% rispetto alla media europea del 28,4%) l’Italia ha infatti il primato di sovraistruiti (ben 4,8 milioni di occupati, pari al 22,0%). Ancora più importante per compiere una riflessione di carattere sociologico sulla sitauzione del nostro paese è il dato relativo ai cosiddetti neet (Not (engaged) in Education, Employment or Training). Sono infatti 2.442.000 (311.000 in più con un incremento del +4,8%) i giovani che non studiano né lavorano nel nostro paese. Un dato, quest’ultimo, che, al di là delle necessarie ed urgenti politiche sul lavoro (per ora annunciate dal ministro Giuliano Poletti: “L’obiettivo è procedere per produrre il cambio di segno a fine anno”) deve far riflettere attentamente sull’aria che si respira nel nostro paese, distinguendo le reali difficoltà di un mercato del lavoro quasi stagnante dalle altre componenti di carattere sociale, politico e culturale che gravano sul nostro sistema.

 

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