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Le elezioni presidenziali in Siria

di Mirko Spadoni

bashar_al_assadBashar al Assad sembra preferire le sfide facili. Tipo le elezioni. L’epilogo delle votazioni del 3 giugno, indette dopo tre anni di guerra civile, è infatti scontato: le probabilità che l’attuale presidente siriano venga confermato sono altissime. Ma andiamo con ordine: i 15,8 milioni di elettori, divisi nei 9.600 seggi sparsi per tutto il Paese (tranne che a Raqqa, città sotto il completo controllo delle forze ribelli dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante), potevano scegliere tra tre candidati (Hassan al Nuri, Mather Hajjar e per l’appunto Bashar al Assad), cosa che dal marzo del 1963, ovvero da quando il partito Baath ha preso il potere, non era mai accaduta. Ma le elezioni non sono state caratterizzate da grande ‘originalità’: nel corso della campagna elettorale, gli sfidanti di al Assad hanno infatti criticato la linea imposta da Damasco soltanto parzialmente.
“Nelle interviste concesse alla stampa estera, entrambi i candidati (Hassan al Nuri e Mather Hajjar) – nota Foreign Policy – hanno espresso il loro sostegno per lo sforzo di Assad di reprimere la rivolta contro il suo governo, criticandolo però per la cattiva gestione dell’economia e la centralizzazione del potere nelle mani dei suoi sostenitori”. I loro obiettivi (migliorare l’economia del Paese e contrastare la corruzione) hanno una stessa finalità: rafforzare la Siria nella lotta contro gli Stati Uniti e Israele. Anche se il secondo dei due (Hajjar), parlando a Foreign Policy, ha annunciato l’intenzione di “voler sostenere i movimenti di liberazione per rovesciare i regimi del Golfo”, “colpevoli” di aver sostenuto economicamente i ribelli.
Parte della comunità internazionale ha già manifestato il proprio dissenso attraverso iniziative simboliche (il 12 maggio, la Francia ha chiuso l’ambasciata siriana a Parigi in segno di protesta, mentre Germania e Belgio hanno negato il permesso alle ambasciate siriane di tenere il voto espatriato) e concrete (“Nessuno dei Paesi della Nato riconoscerà come legittime le elezioni”, ha ribadito il presidente dell’Alleanza atlantica, Anders Fogh Rasmussen). Al di là delle elezioni, la guerra civile siriana è lontana dal trovare un suo epilogo. Dal marzo del 2011, molte – anzi, troppe – sono state le vittime (a luglio erano 100 mila) tanto che a gennaio l’Onu ha poi annunciato di non voler aggiornare i dati e nove milioni di rifugiati (dati delle Nazioni unite), ma non ha causato un intervento armato da parte dei Paesi occidentali. Eppure qualcosa potrebbe cambiare, almeno parzialmente.

Gli Stati Uniti cambiano strategia
Pur riconoscendo come “giusta” la decisione di “non mettere truppe americane nel mezzo di una guerra civile sempre più settaria”, nel corso del suo intervento all’accademia militare di West Point, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha comunque promesso di lavorare per “rafforzare il sostegno a chi nell’opposizione siriana offre un’alternativa ai terroristi e alla brutale dittatura”.
A Washington quindi sono seriamente intenzionati a incrementare gli sforzi per aiutare “chi – per usare le parole dell’inquilino della Casa Bianca – combatte per il diritto di tutti i siriani a scegliere il proprio futuro” e che a dirla tutta un piccolo aiuto già lo riceve. “Un programma d’addestramento dei ribelli – scrive Daniele Raineri su Il Foglio – c’è già, ma è affidato alla Cia e quindi è di dimensioni ridotte e (in teoria) è clandestino – in un campo d’addestramento in Giordania. Il numero di ribelli addestrati ogni mese è ora basso, al punto di essere ininfluente sul corso della guerra”, che – come scrivevamo poco fa – non ha visto un intervento diretto delle forze occidentali. Eppure nel settembre scorso la situazione era estremamente diversa.

A che punto è la distruzione delle armi chimiche
Sull’onda emotiva degli attacchi con il gas nervino a Ghouta (periferia ad est di Damasco) nella notte del 21 agosto del 2013, che causò oltre 1.400 morti, gli Stati Uniti sembravano sul punto di intervenire militarmente. All’ultimo momento, l’attacco fu però scongiurato dalla Russia (storica alleata, fin dai tempi dell’Unione sovietica, della famiglia al Assad), che invitò Damasco – al fine di evitare il conflitto – a cooperare alla distruzione di tutto l’arsenale chimico in suo possesso. Un’operazione non certo semplice, affidata all’Opac (l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche), che il 22 maggio ha riferito di “aver rimosso e distrutto il 92% delle armi presenti nel Paese”, mentre il restante 8% (circa 100 tonnellate di prodotti chimici) rimane custodito in un unico sito.

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