La sanguinosa guerra civile nell’Iraq di al Maliki/1 | T-Mag | il magazine di Tecnè

La sanguinosa guerra civile nell’Iraq di al Maliki/1

di Mirko Spadoni

Nouri al Maliki, che dopo le elezioni del maggio scorso (le prime dal ritiro delle truppe americane) è stato eletto nuovamente – per la terza volta consecutiva – primo ministro dell’Iraq, ha un problema in più da risolvere. Nella giornata di lunedì, i militanti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) hanno infatti preso il controllo di Mosul, la seconda città del paese iracheno, costringendo oltre mezzo milione di civili alla fuga. Una vittoria oltreché strategica (secondo quanto riferito da al Jazeera, l’Isis controlla così la provincia di Baiji, ricca di pozzi petroliferi tra Baghdad e Mosul) anche simbolica perché smentisce definitivamente quanto sostenuto (era il dicembre del 2011) dall’allora segretario della Difesa statunitense, Leon Panetta, che nell’annunciare il ritiro degli ultimi ottomila soldati americani disse: “Ne è valsa la pena dal momento che l’Iraq è stato aiutato nel suo cammino verso la democrazia”. Un aiuto costato il sacrificio di moltissime vite umane (le vittime tra i militari statunitensi sono state 4.484) e parecchi soldi (almeno 800 miliardi di dollari). Un aiuto, infine e probabilmente, che non è valso a poco. “Dopo che siamo andati via – ha scritto David Petraeus, ex comandante in capo delle Forze armate statunitensi in Iraq, in un saggio su Foreign Policy – i leader politici iracheni hanno sprecato la nostra vittoria e ora la situazione è peggiore che allora. Se non si sbrigano ad applicare le stesse lezioni apprese da noi, tutto il nostro lavoro andrà perso, ma il tempo a disposizione è quasi finito”.

L’ISIS e i suoi rapporti con al Qaeda
Bagdad non è così riuscita a far fronte alle minacce – e alla violenza – dei militanti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), che qualche rapporto con al Qaeda lo hanno anche se non propriamente amichevole: le due organizzazioni hanno avuto qualche divergenza lo scorso anno, quando Ayamn al Zawahiri aveva ordinato di lasciare la guida dell’insurrezione contro il presidente siriano Bashar al Assad alla vera filiale di al Qaeda: Jabhat al Nusra. Ordine che Abu Bakr al Baghdadi, leader di ISIS e che il Time ha definito “l’uomo più pericoloso del mondo”, aveva rifiutato di eseguire, ordinando ai suoi di continuare a combattere contro il regime di Damasco. Apparentemente ed ufficialmente, ‘la rottura’ sarebbe dovuta all’eccessiva violenza dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante contro i ribelli siriani.

Il significato simbolico della conquista di Mosul
“All’inizio di quest’anno – ricorda Foreign Policy– lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante aveva preso il controllo di Fallujah, ma la conquista di Mosul è diversa. A lungo, Fallujah era stata un focolaio della rivolta contro la presenza statunitense e anche un punto di appoggio per un grande numero di militanti islamici. L’esercito americane aveva avuto qualche problema nel tenere sotto controllo la città anche al culmine della propria forza. Mosul, invece, non aveva mai destato preoccupazioni. Tant’è – conclude FP – che nei primi anni della guerra, gli iracheni avevano visitato la città come luogo turistico”.

L’Iraq non è ancora pacificato
A ben vedere l’Iraq non è mai stato completamente pacificato, anzi. Leggendo i dati raccolti dal Dipartimento di Stato statunitense e relativi allo scorso anno (US State Department Terrorism Ranking of the Ten Worst Countries in Terms of Terrorism in 2013), il numero di attacchi terroristici (2.495), quello delle vittime (6.378) e dei feriti (14.956) sono i più alti in assoluto. Distanti Pakistan (1.920 attentati e 2.315 morti) e Afghanistan (1.144 attacchi con 3.111 vittime). “Il terrorismo in Iraq è – secondo il Dipartimento di Stato statunitense – il 40% più devastante rispetto alla media globale”.

I timori (giustificati) di al Maliki
La già fragile situazione dell’Iraq ora rischia però di degenerare completamente. Rischio che il premier al Maliki aveva ribadito qualche mese fa, chiedendo esplicitamente aiuto a chi – qualche anno fa – lo lanciò alla guida del Paese: gli Stati Uniti. “A dispetto delle minacce terroristiche che stiamo fronteggiando, non stiamo chiedendo l’intervento di truppe americane”, ribadiva il premier in un editoriale sul New York Times nell’ottobre scorso. “Piuttosto – spiegava, poche ore prima di incontrare il presidente statunitense Barack Obama – vorremmo equipaggiare le nostre forze con le armi che servono a combattere il terrorismo, inclusi elicotteri e altri velivoli. Difficile a credersi, ma l’Iraq non ha un singolo caccia per proteggere il suo spazio aereo”. Una richiesta avanzata qualche giorno dopo aver iniziato a ricevere elicotteri da guerra Mi-28N e missili superficie-superficie da Mosca, con cui ha sottoscritto contratti militari per 4,3 miliardi di dollari. Armamenti a cui si andranno ad aggiungere i 36 caccia F-16, i 24 elicotteri Apache e i 500 missili Hellfire, che Washington vuole consegnare il prima possibile. Prima che sia troppo tardi.

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