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La crisi irachena e la posizione di Blair

di Mirko Spadoni

La genesi della crisi irachena non è riconducibile all’intervento occidentale del 2003. “Possiamo discutere se l’azione o l’inazione siano state o siano la migliore politica. Ma la causa fondamentale della crisi – sostiene l’allora premier britannico Tony Blair – è nella regione, non fuori”.
Nello specifico, quali sono però le cause? “Il settarismo del governo di Maliki ha spazzato via quella che era l’opportunità concreta di costruire un Iraq coeso”, scrive Blair sul suo sito commentando i fatti delle ultime settimane.
“Questo – prosegue l’ex premier britannico – unito all’incapacità di usare i profitti del petrolio per ricostruire il paese e all’inadeguatezza delle forze irachene, ha contributo ad alienare le simpatie della comunità sunnita, così come all’incapacità dell’esercito iracheno di respingere l’attacco a Mosul e ancora prima a evitare la caduta di Fallujah”. Blair non esita quindi ad imputare l’attuale premier iracheno come responsabile di quanto accaduto e di quanto sta accadendo, smentendo almeno in parte anche la politica di Obama, secondo cui “il problema in Iraq deve essere risolto dagli iracheni”, e criticando – questa volta implicitamente – l’inquilino della Casa Bianca sulla gestione della crisi in Siria, dove il non interventismo statunitense ha permesso ad Assad “di sterminare il suo popolo usando le armi chimiche” e concesso “ai combattenti dell’ISIS di addestrarsi e forgiarsi” nel corso dei combattimenti.

Il possibile intervento statunitense (e iraniano?) in Iraq
Tony Blair difende quanto fatto dal 2003 in poi, ribadendo la necessità di intervenire il prima possibile. Un intervento che probabilmente vedrà il coinvolgimento dell’Iran, pronto a cooperare affinché gli obiettivi (porre fine all’avanzata islamista e ‘salvare Baghdad’) vengano raggiunti. In che modo? Come ribadito più volte da Obama, senza l’intervento diretto dell’esercito statunitense (eccezion fatta per i 275 militari che verranno inviati per garantire la sicurezza dell’ambasciata statunitense a Baghdad). Da parte sua, Teheran ha già posto la linea oltre alla quale le milizie dell’ISIS non si dovranno spingere: la città di Samarra a 150 chilometri a nord della capitale irachena. Una cooperazione inattesa (l’apertura di Obama al presidente iraniano Hassan Rohani lo scorso anno segnò la fine del silenzio ufficiale tra i due Paesi iniziato nel 1979) e criticata da molti, ma non da tutti. “Ci siamo alleati con Stalin, perché non era cattivo quanto Hitler”, ha commentato il senatore repubblicano Lindsey Graham. Evidentemente al Baghdadi e il suo gruppo, che nella provincia di Salaheddin e secondo l’Associated Press ha giustiziato 170 – e non 1.700, come si era detto in precedenza – soldati iracheni perché sciiti, rappresentano molto più di una minaccia.

L’ISIS, il gruppo terroristico più ricco al mondo
Conquistando Mosul, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante ha dimostrato tutta l’inadeguatezza dell’esercito iracheno (60 battaglioni su 240 sono da considerarsi fuori combattimento), “costato – come sottolineato da Barack Obama – 20 miliardi di dollari in addestramento e armi”. Ma ha anche messo in mostra tutta la propria forza, possibile grazie alle ingenti quantità di denaro a sua disposizione, “provenienti – ha spiegato un funzionario antiterrorismo statunitense citato da Foreign Policy – da attività criminali come rapine in banca, estorsioni, rapine e contrabbando (così dallo sfruttamento dei siti di petrolio nella Siria occidentale – ndr)” e non soltanto da alcuni facoltosi finanziatori privati delle monarchie del Golfo persico. Di quanto dispone il gruppo di al Baghdadi? Difficile dirlo. Secondo alcuni analisti è logico parlare di 500 milioni di dollari, altri invece si mantengono su cifre più basse: 100 o 200 milioni di dollari. “Prima della conquista di Mosul, il totale dei fondi a disposizione – sostiene invece un funzionario statunitense, citato dal Guardian – ammontava a circa 875 milioni di dollari”. Soldi sufficienti per centrare molti altri obiettivi.

 

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