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Il rischio di un nuovo default dell’Argentina

di Giampiero Francesca

Cristina KirchnerBrutte notizie per l’Argentina. In periodo di mondiali di calcio l’ultima tegola per il paese guidato da Cristina Kirchner non arriva (purtroppo) dalla nazionale albiceleste ma dalla Corte Suprema degli USA. Il tribunale americano ha infatti respinto il ricorso di Buenos Aires contro alcuni hedge funds (da noi impropriamente tradotti come fondi speculativi), obbligando, almeno in linea teorica, il paese sudamericano a pagare 1,33 miliardi di dollari ai detentori di titoli di Stato coinvolti nel default che non hanno aderito alla ristrutturazione del 2005. La delicata situazione attuale dipende infatti, in gran parte, ancora dal crollo dell’economia argentina risalente a tredici anni fa. Nel dicembre del 2001 il governo di Buenos Aires, per bocca del governatore Rodriguez Saá, annunciò di non poter far fronte alla gran parte degli allora 132 miliardi di dollari di debito, provocando, di fatto, il blocco dell’afflusso di capitali. Il vortice negativo, che travolse immediatamente il governo di Fernando de la Rúa, trascinò il paese sudamericano in una profonda crisi con drammatiche ripercussioni sociali. Per cercare di risollevare un paese in ginocchio il neo-presidente Néstor Kirchner lanciò, nel 2005, una politica di ristrutturazione del debito proponendo ai creditori l’acquisto di nuovi titoli di stato, con un valore nominale più basso ed una scadenza più lunga (trentennale). Lo swap (scambio) fu accettato dal 93% degli investitori nei cinque anni successivi. Il governo argentino decise così di rimborsare solo coloro che avevano accettato lo scambio fra i vecchi bond e le nuove emissioni, provocando però la dura reazione del 7% di creditori che aveva optato per un pagamento pieno. A capeggiare questa agguerrita minoranza il fondo speculativo NML, controllato dalla Elliot Management del miliardario americano Paul Singer. La battaglia legale, dal 2012 ad oggi, ha visto uscire più volte sconfitta l’Argentina.
Sin dalle prime pronunce, infatti, è apparso chiaro come il governo di Buenos Aires non potesse, a termini di legge, effettuare i pagamenti sul debito ristrutturato senza prima aver saldato le rimanenze con coloro che non avevano accettato lo swap. La decisione della Corta Suprema sembra mettere la parola fine a questa complessa diatriba. Ma quali ripercussioni può avere questa sentenza sulla fragile economia argentina? C’è il rischio di un nuovo default? La decisione della corte americana arriva sicuramente in un momento delicato. Se, da un lato, il quadro del paese iniziava ad apparire normalizzato e ad attirare nuovi investimenti esteri, dall’altro le scelte dell’esecutivo di Cristina Kirchner non sembravano in grado di riportare l’economia ai livelli precedenti la crisi.
Il mix di politiche protezioniste e riforme economico-monetarie stravaganti ha infatti prodotto, fra l’altro, un galoppante aumento dell’inflazione. Per capire le ragioni di un tasso così elevato, giunto alla soglia limite del 25%, bisogna fare, ancora una volta, un passo indietro. Dopo il default del 2001, in mancanza di flussi di capitali dall’estero, i soldi per finanziare le politiche pubbliche sono stati forniti dalla Banca Centrale (che, dal 2010, ha versato al governo oltre 16 miliardi di dollari). Contemporaneamente, la stessa Banca Centrale, ha immesso sul mercato ingenti quantità di moneta con lo scopo di guidare la ripresa economica. Una politica da manuale di macroeconomia che l’istituzione argentina ha però effettuato con troppo zelo. L’eccessivo ammontare di moneta introdotta sul mercato ha infatti avviato un inarrestabile processo infalttivo. All’aumentare della moneta infatti non sono corrisposti equivalenti aumenti dei beni e servizi prodotti e dei salari. Per sfuggire all’inflazione (che ha fortemente spaventato il popolo argentino, trovatosi nuovamente in una situazione simile a quella che aveva preceduto il default) è iniziata così una corsa all’acquisto di dollari americani, moneta molto più stabile del pesos. Questo ha comportato però un brusco calo delle riserve della Banca Centrale (unico fornitore di dollari visto che anche le altre banche si rivolgono ad essa per averne), passate dai 52 miliardi del 2010 ai soli 29 miliardi di oggi. Riserve di dollari che sarebbero però decisive per l’economia di Buenos Aires visto che, tornando al punto di partenza, il paese sudamericano deve utilizzarle per pagare i suoi debiti denominati proprio in dollari.
Per cercare di arginare il prosciugamento delle proprie risorse la presidente Kirchner ha messo in campo una serie di riforme, quantomeno, fantasiose. Dopo aver vietato ai cittadini argentini di prelevare ai bancomat dollari americani (anche se si trovano sul territorio USA) il governo ha varato dei regolamenti che che impongono ai concessionari di auto di esportare beni argentini di valore pari alle auto che importato e un pacchetto di leggi sull’e-commerce che rendono più complesso la compravendita on-line (fra cui una norma che impone che le merci comprate da siti stranieri siano obbligatoriamente ritirate in appositi centri di smistamento e non più consegnate a casa). L’insuccesso di queste iniziative ha portato l’esecutivo a scelte più radicali, come l’improvvisa svalutazione del pesos, con l’obiettivo di rendere meno conveniente l’acquisto di dollari. Una scelta che però, secondo molti analisti, comporterà l’aumento dei costi per l’importazione e, di conseguenza, un’ulteriore crescita dell’inflazione. Le stesse rassicurazioni della Kirchner in materia non hanno affatto tranquillizzato gli economisti che vedono nella volontà di combattere ogni aumento dei prezzi da parte del governo il rischio di un effetto simile a quanto avvenuto in Venezuela. Dopo la decisione della Corte Suprema la presidente ha comunque diffuso un messaggio televisivo escludendo “un default del debito già ristrutturato”, facendo intendere che il governo di Buenos Aires tenterà di trattare con il famigerato 7% di creditori. Nella comunicazione a reti unificate la Kirchner ha però precisato che il suo esecutivo continuerà ad opporsi ad un “modello di business su scala globale” che produrrà “tragedie inimmaginabili”, concludendo, in modo quantomai diretto: “vogliamo onorare i debiti, ma non vogliamo essere complici di questo modello”.

 

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