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Vademecum per cambiare l’Italia

di Giampiero Francesca

alberto_sordi_spaghettiRiformare: trasformare qualcosa attraverso modifiche e innovazioni. Vale la pena partire da qui, da una semplice, chiara, definizione, perché, prima di reclamare a gran voce cambiamenti strutturali, prima di invocare salvatori della patria, si rifletta seriamente sulle ragioni che impediscono queste trasformazioni. Ecco dunque un piccolo vademecum, pochi semplici punti che mirino dritto ad un vero cambiamento culturale, condizione necessaria per riformare davvero qualsiasi altro aspetto della vita di una società.

1. La via più semplice non è (quasi mai) la migliore. Può sembrare una banalità, una frase fatta, ma rappresenta invece uno dei punti centrali per un serio ragionamento su noi stessi. Guardandosi attorno, dalle grandi scelte politiche alle piccole decisioni di tutti i giorni, siamo infatti ormai abituati a credere che la ricerca dell’escamotage, del compromesso (magari sporco), della scorciatoia sia sempre la soluzione più efficace. Una sorta di schema mentale, un modello condiviso, attraverso il quale interpretare i problemi della realtà, facendo ricorso alla nostra (proverbiale) furbizia per arrivare, magari prima, ad un risultato. Eppure proprio questa nostra etica distorta mina alla base molte delle buone (almeno a parole) intenzioni di cambiamento, trasformazione, riforma. Clientelismo, nepotismo, corruzione, truffe e falsi di ogni genere, evasione fiscali, abusi edilizi, fino a quel generalizzato rifiuto di leggi e regole (quando percepite come ingiuste o ingiustificate) nascono infatti anche da lì.

2.Imparare a conoscere la complessità. Uno dei grandi mali della nostra contemporaneità risiede, infatti, nella semplificazione. Pigra, la nostra società ha dimenticato la necessità di cogliere l’infinito intreccio di informazioni, spiegazioni, significati, regole che formano ciò che ci circonda. Leggere, conoscere, curiosare, affrontare i problemi nelle loro mille sfaccettature, costruire, ognuno nella propria mente, nuovi percorsi interpretativi, non può che arricchire una società. Quasi il contrario di quanto proposto dalla nostra “cultura” dominante, alla continua ricerca di banali soluzioni, polemiche qualunquiste, spiegazioni facilone o complottiste. Solo attraverso menti aperte ed informate l’opinione pubblica può assumere quel ruolo di garante, controllore, stimolo e pungolo delle classi dirigenti, decisivo nella dialettica fra potere e società che deve condurre alle tanto agognate riforme.

3. L’erba del vicino a volte è proprio più verde. Essere curiosi, conoscere, vuol dire anche sapersi guardare intorno. Viaggiare, con il corpo o con la mente, alla ricerca di modelli migliori, con l’obiettivo non di una pedissequa copia ma di una profonda e sostanziale appropriazione. Con spirito critico (e non invidiosi) si possono così studiare le scelte di chi ci circonda; paesi come la Germania (in cui le riforme volute da Gerhard Schröder rappresentano ancora a tutt’oggi fra le più interessanti),l’Inghilterra, o esempi molto diversi dal nostro, come quelli nordamericani o nordeuropei. Nessuno di questi prototipi, preso nella sua interezza, potrebbe essere passivamente imposto in un contesto diverso, ma la sola conoscenza di queste realtà allargherebbe lo sguardo a nuove possibili strategie. Una cultura che si chiude a riccio, alla sola ricerca di nemici o capri espiatori, è destinata a soccombere davanti a chi, invece, trova, anche nel confronto con “l’altro” la forza di nuove idee e soluzioni

4. A volte si è colpevoli e non solo vittime. Un ultimo punto di questo piccolo vademecum riguarda la capacità di fare autocritica. Una società in grado di crescere, di svilupparsi, non può prescindere, singolarmente e collettivamente, dalla sua attitudine a guardare criticamente sé stessa e il proprio operato. Il gioco, da noi molto praticato, dello scaricabarile sarà infatti molto utile per pulire le nostre coscienze o per cercare degli alibi ai nostri insuccessi, ma non porterà mai alcun risultato. Prima di rivolgere lo sguardo altrove, alla ricerca di responsabili o rei, prima di cercare le cause dei nostri mali lontano da noi, sarebbe buona regola fermarsi ad osservare noi stessi chiedendosi se, alla base del nostro fallimento, non ci sia proprio una nostra responsabilità.

 

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