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Quando le donne sono discriminate

di Fabio Germani

donne_lavoroI dati Istat diffusi nella giornata di martedì 1 luglio riaccendono l’annosa questione dell’occupazione femminile, ma sarebbe meglio dire della disoccupazione. Perché a maggio la componente delle donne in cerca di lavoro si attesta quasi al 14%, una percentuale esagerata che ora ci proietta (di nuovo) a riflessioni accurate sull’argomento. Per il momento atteniamoci ai fatti: il tasso di occupazione femminile scende al 46,3%, esattamente ad aprile le donne occupate erano 9.311.000, a maggio lo erano 9.263.000. Ora che da sempre il mercato del lavoro sia poco inclusivo rispetto a donne e giovani, non è certo la scoperta dell’acqua calda. Ma che si potesse arrivare a una soglia del genere, era circostanza da scongiurare. Anche perché, non va dimenticato, l’Ocse quantificò, non molto tempo fa, il mancato contributo delle donne al ciclo produttivo nella perdita di un punto percentuale di Pil.

Imprenditoria femminile
Si corre spesso ai ripari, ma non basta. Per una ragione di fondo, anche questa nota da un bel po’. A parità di condizioni, a parità di mansioni, le donne guadagnano spesso cifre inferiori rispetto ai colleghi uomini (pur lavorando molto di più, se includiamo gli impegni familiari). E nonpuò considerarsi un caso se il 40% delle donne sostiene di non sentir valorizzate le proprie capacità e il 22,3%, addirittura, non si sente appagato per quanto riguarda l’attività svolta (Eurispes).
Allora si corre ai ripari, dicevamo. Tra giugno 2012 e giugno 2013 il numero delle imprese femminili è cresciuto di quasi cinque mila unità, per un incremento dello 0,34%, secondo l’osservatotio dell’Imprenditoria femminile di Unioncamere-InfoCamere. Alla fine del secondo trimestre dell’anno scorso, le società al femminile iscritte al Registro delle imprese delle Camere di commercio erano 1.429.880, il 23,6% del totale delle imprese. Il 12% di queste imprese risultava guidato da donne sotto i 35 anni di età, mentre nel 6% dei casi da immigrate.

Perché l’autoimprenditorialità coinvolge di più giovani e straniere
Dunque possiamo ora analizzare un ulteriore aspetto. Se l’idea dell’autoimprenditorialità – ma, è bene precisare, nella stragrande maggioranza dei casi ci riferiamo a ditte individuali – stuzzica la fantasia di giovani e straniere è soprattutto per via di un un mercato del lavoro poco accogliente verso determinate categorie sociali. Le ragazze che terminano il percorso di studi lo fanno di norma più in fretta dei maschi e con risultati talvolta decisamente migliori: sono, carte alla mano, più accreditate. Non dimentichiamo le dinamiche che subentrano in età più matura (la maternità, ad esempio) per cui il rischio è quello di vedere compromessa una carriera o al limite il posto di lavoro. In Francia, proprio in queste settimane, si sono affrettati a varare alcune misure che creino reali condizioni paritarie per quanto concerne i congedi di maternità e di paternità.

Presa di coscienza
In un recente report dell’Istat, Stereotipi, rinunce, discriminazioni di genere, per il 57,7% degli italiani la situazione degli uomini nel nostro Paese è migliore di quella delle donne. Il 77,5% degli italiani, inoltre, non è d’accordo che sia l’uomo a prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia mentre l’80,3% dichiara di non esser d’accordo con il principio secondo cui gli uomini sarebbero dirigenti migliori delle donne. Altra fetta importante, composta dal 79,9% degli intervistati non pensa che gli uomini, in generale, possano essere leader politici migliori delle donne. Non solo. Il 67,7% degli intervistati ritiene che “per una donna le responsabilità familiari sono un ostacolo nell’accesso a posizione di dirigente”; per l’89,2% “gli uomini dovrebbero partecipare di più alla cura e all’educazione dei propri figli”; l’87,7% sostiene che “in una coppia in cui entrambi i partner lavorano a tempo pieno, le faccende domestiche dovrebbero essere divise in modo uguale”. Sulla presa di coscienza, almeno, abbiamo le idee chiare.

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