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Cos’è l’equo compenso per copia privata

di Mirko Spadoni

Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini ha adeguato i compensi per copia privata. Così come più volte chiesto dalla SIAE e dai 4.084 autori del mondo dello spettacolo, che avevano sottoscritto una petizione con cui si chiedeva tale adeguamento in virtù dei “cambiamenti tecnologici sopraggiunti” che permettono “di rendere sempre più accessibili i contenuti creativi” e di poterli “duplicare con grande facilità”. L’equo compenso per copia privata è stato infatti introdotto per tutelare il diritto d’autore sui dispositivi contenenti una memoria di massa, che permettono al consumatore di registrare una copia di un film o una canzone, acquistata in modo legittimo.

Le nuove (e più care) tariffe
Introdotto nel 2003 dal decreto legislativo 68/2003 – in seguito all’applicazione dalla direttiva europea del maggio del 2001 (2001/29/CE) – l’equo compenso è stato quindi rivisto, anche se in ritardo rispetto a quanto previsto dalla legge (revisione triennale delle tabelle): l’ultimo aggiornamento risale infatti al 2009. Queste sono alcune delle nuove tariffe, che variano a seconda della capacità di memorizzazione. Piccolo appunto: la norma prevede che il ministro dei beni culturali e delle attività culturali aggiorni le tariffe dell’equo compenso, senza necessariamente aumentarle.
Quattro euro per un televisore “con funzioni di registrazione”, fino a 5,20 euro per gli smartphone (che fino ad oggi dovevano pagare una tassa di 90 centesimi) e tablet (sino ad oggi esentati). Un massimo di 5 euro per le memorie rimovibili, fino a 9 euro per chiavette USB e 14,80 euro per ogni hard disk da 400 GB e oltre. Infine 5,20 euro per ogni computer, che secondo un rapporto di Quorum (Internet e la fruizione delle opere dell’ingegno) è ad oggi il dispositivo più usato per l’acquisizione delle opere dell’ingegno. Dopo aver ritoccato le tariffe, il governo dovrà soddisfare anche quanto richiesto dall’Autorità Garante per la concorrenza ed il mercato che qualche giorno fa ha invitato a modificare la legge sul diritto d’autore, chiedendo di introdurre l’obbligo di indicare “l’ammontare dell’equo compenso nel prezzo corrisposto dai consumatori per acquisti di apparecchi di registrazione e di supporti vergini”. Così come già accade in Francia.

La posizione della SIAE
Il caso francese citato in più occasioni dal presidente della SIAE Gino Paoli che, in un’intervista rilasciata qualche mese fa al Corriere della Sera, difendeva l’equo compenso. “Si tratta – argomentava Paoli – di un compenso in cambio della possibilità di effettuare una copia personale di registrazioni, tutelate dal diritto d’autore. Questo compenso, però, non deve essere a carico di chi acquista lo smartphone ma del produttore, che riceve un beneficio dal poter contenere sul proprio supporto un prodotto autorale come una canzone o un film. E’ previsto – concludeva – anche in Francia e Germania”. SIAE che quest’anno, secondo le stime di Confindustria Digitale, vedrà il proprio “gettito totale” crescere del 150% rispetto al 2013, arrivando a quota 157 milioni di euro. Una crescita probabilmente trainata dal gettito da equo compenso, che rappresenterà il 25% di quello raccolto complessivamente in Europa.

 

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