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Le armi chimiche (dimenticate) in Italia

di Mirko Spadoni

Schermata 2014-08-19 alle 16.38.05Il Pentagono ha annunciato di aver portato a compimento lo smaltimento di tutti i componenti per la fabbricazione di armi chimiche un tempo in dotazione – stando a quanto dichiarato da Damasco stesso – all’esercito siriano. Complessivamente le tonnellate di agenti chimici distrutte sono state 1.300 (600 delle quali sono state trasportate sulla Cape Ray, nave della Marina statunitense dove è avvenuto parte del processo di smaltimento, anche grazie all’aiuto delle autorità italiane). Iniziate il 2 ottobre scorso, le operazioni di individuazione e distruzione dell’arsenale chimico siriano, condotto in buona parte dagli osservatori dell’OPAC e avviate dopo un accordo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, si sono quindi concluse.
Diverse armi chimiche – “prodotte prima del 1946” – sono invece ancora presenti sul nostro territorio, come riferito nel corso di un’interrogazione del 18 giugno scorso da Marietta Tidei, parlamentare del Partito democratico. Anche se non è dato sapere “quale sia la loro tipologia […] nonché i quantitativi effettivi ancora da distruggere”.
A proposito: secondo uno studio del 2012 di Legambiente (Armi chimiche: un’eredità ancora pericolosa), sono oltre 30mila gli ordigni inabissati nel sud del mare adriatico (10mila solo nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone, a nord di Bari, 13mila i proiettili e 438 i barili “contenenti pericolose sostanze tossiche” inabissati invece nel golfo di Napoli; 4.300 le bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico nel mare antistante Pesaro. “Ci sono poi – concludeva Legambiente – i laboratori e i depositi di armi chimiche della Chemical City in provincia di Viterbo e l’industria bellica nella Valle del Sacco a Colleferro”.
“Tali armi – ha spiegato durante il suo intervento Marietta Tadei – avrebbero dovuto essere distrutte nel rispetto di una particolare procedura entro il 31 dicembre 2012. Tuttavia all’Italia è stata concessa una deroga temporale, per il prosieguo dell’attività di distruzione delle suddette armi, senza la prescrizione di una data stabilita, né a breve né a medio termine”.
In pratica: le armi vanno distrutte, ma non c’è una scadenza da rispettare. Nel frattempo, l’OPAC ha messo a disposizione del nostro Paese un contributo pari a 3.347.667 euro. Un processo che, secondo l’Italia, sarà possibile solo acquistando ed installando “un ossidatore termico, nel territorio di Civitavecchia” e simile a tre esemplari già presenti in Giappone, Germania e Stati Uniti. “L’impianto – spiegava il 20 marzo scorso il sottosegretario di Stato alla Difesa, Gioacchino Alfano – non si configura quale ‘inceneritore’, in quanto i proiettili detonano per effetto del calore generato elettricamente (fino a temperature di circa 500° C) all’interno di apposite camere e gli aggressivi sono decomposti per azione del calore stesso (ossidazione termica) e non di una fiamma libera alimentata da carburante esterno, come avviene, invece, negli inceneritori di oltre 1000° C”. Un processo che dovrebbe svolgersi senza “rischi” per i lavoratori e per i residenti delle aree interessate. “L’impianto – ha assicurato il sottosegretario – garantirà un impatto ambientale minimo, grazie ad emissioni in atmosfera ampiamente entro i limiti imposti dalla vigente normativa”.
Occorre rispettare gli impegni presi, in caso contrario “l’Italia – chiosava Gioacchino Alfano – risulterebbe non ottemperante ad una Convenzione internazionale alla quale ha deliberatamente aderito”. Quella di Parigi sulla proibizione delle armi chimiche, entrata in vigore il 19 aprile del 1997. Diciassette anni fa.

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