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Il modello tedesco (sul lavoro)

di Fabio Germani

germania_lavoro“Dobbiamo smetterla di parlare male della Germania, sul lavoro dobbiamo prenderla da esempio”. Lo ha detto chiaro e tondo il premier Matteo Renzi, presentando il sito passodopopasso dei mille giorni del governo. È sul lavoro, infatti, che l’esecutivo dovrà tentare una nuova strada, possibilmente non catalizzando l’attenzione ideologica sul solo Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori o cambiando soltanto le regole. Servono misure più incisive, questo è evidente.
Il segreto del successo della Germania – scrivevano su Vox gli economisti Christian Dustmann, Bernd Fitzenberger, Uta Schonberg e Alexandra Spitz-Oener in un articolo ripreso a febbraio da Lavoce.info – è da ricercarsi nel decentramento della contrattazione dai Lander alle singole imprese. Che potremmo altrimenti tradurre in una massiccia dose di flessibilità accompagnata alla migliore “tradizione teutonica”, volta ad una dedizione al lavoro rilevante (incentivata, certo, da stipendi alti nel rapporto con le mansioni svolte). Impiegati di uffici, professionisti nelle attività commerciali e nei servizi, operatori crediti e prestiti e artigiani e operai specializzati sono le figure più richieste in Germania (fonte Eures, la rete europea per il lavoro).

Struttura economica
Il tasso di disoccupazione in Germania si attesta a luglio al 4,9% (valore minimo in Europa, insieme all’Austria; dati Eurostat) e molto si deve ai cambiamenti osservati a partire dagli anni ’90, dunque prima – secondo gli estensori dell’articolo citato in precedenza – delle cosiddette riforme Hartz (2002-2005) del governo Schröder. La trasformazione dell’economia tedesca avvenuta in quegli anni, dunque, ha favorito il processo di decentralizzazione della contrattazione del lavoro, riducendo il costo del lavoro da un lato e incrementando la competitività dall’altro. Ciò, a sua volta, è stato reso possibile da una struttura più snella del sindacato, a differenza della realtà italiana o francese dove le istituzioni sindacali sono meno autonome (potremmo osservare anche in questo senso il riferimento del premier Renzi al modello tedesco, considerate le polemiche degli ultimi tempi con le sigle sindacali). Il sistema delle relazioni industriali tedesco ha perciò garantito che le negoziazioni dei singoli aspetti – stipendi, orari, eccetera – venissero stipulate non a livello nazionale, bensì a livello di singola azienda o singolo lavoratore.

Apprendistato
C’è poi un ulteriore aspetto da analizzare, per certi versi più importante per contrastare l’eccessiva disoccupazione giovanile: un apprendistato più efficace di quello italiano. Osservava Confcommercio all’inizio dell’anno che “il rapporto fra apprendisti nei due paesi è vicino a 3”. L’apprendistato, infatti, “crea in Germania occupazione in misura notevolmente superiore” che in Italia (per quanto i dati diffusi dall’Isfol siano più incoraggianti, almeno per l’anno in corso) e il tasso di disoccupazione giovanile piuttosto basso (7,8% a luglio, Eurostat) ne è in qualche modo la dimostrazione. In Germania, inoltre, il 70% degli apprendisti cambia azienda entro cinque anni dalla fine del periodo formativo.

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