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Investire nella “buona scuola”

scuolaLa scuola è un tema ricorrente, uno dei primi che Matteo Renzi ha messo al centro della sua azione di governo. E a ragione, verrebbe da aggiungere, perché investire nella scuola significa soprattutto investire su se stessi. I problemi dell’istruzione in Italia sono atavici e comprendono diverse sfaccettature. Ad esempio, soltanto un anno fa, Anief-Confedir (citando uno studio di Eurydice) lamentava come dal 1995 il nostro fosse l’unico Paese dell’Ocse a non avere aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria, contro un aumento medio del 62%. Numeri in qualche modo confermati dalle rilevazioni Eurostat (anch’esse dell’anno scorso). L’Italia è fanalino di coda in Europa per quanto riguarda la percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura in generale, con l’impiego dell’1,1% delle risorse quando la media dell’Ue (all’epoca dell’indagine ancora a 27) si attesta al 2,2%. La Germania destina l’1,8%, la Francia il 2,5% e il Regno Unito il 2,1%. E siamo al penultimo posto (all’ultimo c’è la Grecia) per la spesa prevista per l’istruzione (8,5% contro il 10,9% dell’Ue). Aggiungiamo, infine, altre lacune: il costo dello zaino. Se nel 2013 le famiglie avevano speso di più che nel 2012, il trend sembra essere confermato anche per quest’anno. Secondo una stima dell’Osservatorio nazionale della Federconsumatori, ogni ragazzo costerà mediamente 506,50 euro per il corredo scolastico (+1,4%) e 529,50 euro per libri e dizionari (+1,6%). Nello specifico: un alunno di prima media affronterà una spesa massima di 990,50 euro (484 euro per libri di testo e dizionari oltre a 506,50 euro per il corredo scolastico e ricambi). Uno studente di primo liceo sarà chiamato ad una spesa superiore: 1.305,50 euro tra libri di testo e dizionari (799 euro) e corredo scolastico e ricambi (506,50 euro).
Tutte queste criticità erano state affrontate dal governo Letta, con l’approvazione del dl istruzione che stanziava somme volte a favorire i percorsi scolastici dei ragazzi meritevoli ma con problemi economici alle spalle e ad alleggerire – coinvolgendo le scuole nell’acquisto di testi da dare in comodato d’uso – il carrello della spesa.

La “buona scuola”
Spulciando le 136 pagine del libro digitale dedicato alla buona scuola, si capisce come stavolta il governo si concentri sulle figure professionali della scuola. Un tema fondamentale, viste le continue bocciature della Commissione europea (l’ultima proprio all’inizio di quest’anno) legate all’eccessivo precariato (contratti a tempo senza limite, eccetera…). In questo senso il governo garantire l’assunzione di 150 mila docenti precari a settembre del 2015 e la chiusura delle graduatorie a esaurimento. Inoltre, dal 2016, si diventerà docenti di ruolo esclusivamente per concorso e la formazione degli insegnanti sarà obbligatoria. Non esisteranno più le supplenze (bando alla “supplentite” per dirla con il premier Renzi), in questo modo cattedre vacanti e supplenze saranno coperte da “un team stabile di docenti”. Aspetto non trascurabile è la possibilità di premiare il merito degli insegnanti. Ogni tre anni due insegnanti su tre avranno in busta paga 60 euro netti al mese in più, per la qualità del lavoro in classe e le iniziative che contribuiscano al miglioramento della scuola. Per questo motivo, a partire dal 2015, ogni scuola pubblicherà un rapporto di autovalutazione.

Materie scolastiche e banda larga
Le questioni che più interessano gli alunni comprendono le materie scolastiche. L’idea è quella di rafforzare lo studio delle lingue, dell’economia e dell’informatica. E anche introdurre più musica e più sport nella scuola primaria, oltre che più storia dell’arte nella scuola secondaria. Tali misure, in parte, erano già previste nel dl istruzione del precedente esecutivo. Di recente l’Ocse ha rilevato un miglioramento nelle conoscenze degli studenti italiani, ma le loro competenze in matematica, lettura e scienze restano inferiori alla media dei paesi più industrializzati.
Altro obiettivo, dirimente: portare la banda larga e il wifi nelle scuole. Anche quest’ultimo era un traguardo che il governo Letta aveva messo nero su bianco nel decreto. Il governo Renzi intende “disegnare i nuovi servizi digitali per la scuola, per aumentarne la trasparenza e diminuirne i costi”.

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