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La strategia dello Stato islamico

di Mirko Spadoni

BagI jihadisti provano a serrare i ranghi. Al Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM) e al Qaeda nella Penisola arabica (AQAP) hanno infatti espresso attraverso un comunicato congiunto la loro solidarietà nei confronti dello Stato islamico, rivolgendo poi un invito alla galassia fondamentalista. “Fate dell’unità contro le nazioni infedeli la vostra ragion d’essere contro di loro (gli occidentali, ndr)”, hanno chiesto nella nota i due gruppi. L’invito a trovare un’unità d’intenti non è tuttavia stato accompagnato da una rottura con l’attuale leadership di al Qaeda, a cui – probabilmente – AQIM e AQAP si sentono ancora molto legati. La frattura tra al Qaeda e lo Stato islamico quindi resta.
Reo, secondo Osama Bin Laden prima e Ayman al Zawahiri poi, di aver ucciso con la sua strategia stragista molti musulmani sunniti, al Baghdadi si sta dimostrando un leader pragmatico sia in Siria quanto in Iraq. Una volta conquistata una città, l’imposizione con la forza della legge coranica non è infatti la sua unica preoccupazione. A Raqqa, roccaforte del gruppo sul territorio siriano, i miliziani dello Stato islamico “hanno restaurato tutte le istituzioni legate ai servizi” tra cui un ufficio di tutela dei consumatori e la magistratura civile, come riferito dalla Reuters solo qualche giorno fa. Diversi funzionari del governo Assad (di fede sunnita) sono rimasti al loro posto perché utili alla causa. Molti altri sono stati invece sostituiti da uomini provenienti dalle fila dell’IS, preferibilmente non combattenti a cui spettano – per volere di al Baghdadi stesso – solo compiti di polizia e controllo del territorio. Funzioni che svolgono in cambio di un compenso compreso tra i 400 e i 600 dollari al mese. Quanto basta per attirare nuovi jihadisti o aspiranti tali e il cui numero è cresciuto molto negli ultimi mesi: ad oggi e secondo la CIA, l’IS può contare tra i 20 e i 31mila combattenti. Abbastanza per conquistare – complice anche l’inadeguatezza dell’esercito iracheno – Mosul, tenere sotto controllo vaste porzioni dell’Iraq e convincere gli Stati Uniti della necessità di intervenire, coinvolgendo parte dei Paesi occidentali ed arabi. Si tratta quindi di una coalizione composita, ma che comunque non include l’Iran e la Turchia. I primi avrebbero rispedito al mittente la richiesta di collaborazione (“Il loro ambasciatore in Iraq l’ha proposta al nostro ambasciatore”, ha riferito la Guida suprema Ali Khamenei), i secondi hanno invece preferito mantenere ‘un basso profilo’ (“Siamo disponibili a missioni di aiuto e umanitarie, non ad una collaborazione militare”, hanno spiegato da Ankara). La Turchia è infatti uno dei Paesi maggiormente esposti alla minaccia dello Stato islamico, che durante la conquista di Mosul ha rapito 49 diplomatici turchi. Pur non schierandosi al fianco degli Stati Uniti e del resto dei Paesi del Golfo Persico, l’Iran non comunque rinunciato ad inviare truppe sul suolo iracheno. La presenza delle milizie di Teheran è ormai accertata: il comandante delle Forze speciali Quds, Qassem Suleimani, è apparso in pubblico ad Amerli, la città liberata un paio di settimane fa dalle forze irachene anche grazie all’intervento dell’aviazione statunitense.

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