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Il clima di fiducia e il lavoro

di Fabio Germani

matteo_renziL’Italia ha bisogno di un clima di fiducia. Da quanto se ne sa, con queste parole il premier Matteo Renzi si è rivolto ai sindacati nell’incontro di martedì mattina a Palazzo Chigi per discutere del Jobs Act. E a pensarci bene, tralasciando per un momento il merito del provvedimento, tutti i torti non li ha. Bastano poche cifre per comprenderlo. L’ultimo rapporto trimestrale della Commissione europea su occupazione e situazione sociale spiega che “l’Italia è il Paese con il più alto numero di lavoratori scoraggiati d’Europa, 12,8% nei primi tre mesi del 2014 (+1% rispetto al primo trimestre 2013), e con il tasso di attività più basso”. E inoltre, ma questo lo sapevamo già, “la disoccupazione giovanile e quella a lungo termine salgono più che nel resto d’Europa e dove le entrate delle famiglie continuano a calare”. Per Spagna e Polonia lo scenario appare abbastanza simile al nostro, mentre in Germania e nel Regno Unito le entrate delle famiglie continuano ad aumentare. Il clima di fiducia cui auspica il presidente del Consiglio passa inevitabilmente per il lavoro e per tutto ciò che gli ruota intorno (salari, redditi, consumi…).
Gli studi pubblicati di recente, d’altro canto, hanno ogni volta tracciato uno scenario a dir poco negativo sul fronte occupazionale, dalla Confindustria – “perse centomila imprese e un milione di posti di lavoro” – a Confartigianato – tra aprile 2008 e marzo 2014 il nostro paese ha perso 1.201.500 occupati, pari a 556 posti di lavoro in meno al giorno –, fino all’ultimo rapporto della Cisl secondo cui “ogni mese più di 10 mila persone rischiano il posto”. Nei settori dell’agricoltura e dell’industria le perdite più consistenti dal 2003 al 2013 (dati Istat). Nel primo caso (agricoltura) si è passati infatti dal 4,3% al 3,6% e nel secondo (industria) la quota scende dal 30,7 al 27,3% (stando alle cifre della Cisl l’industria manifatturiera e le costruzioni hanno subito complessivamente circa l’89% della diminuzione totale degli occupati). In controtendenza il settore dei servizi dove in un decennio a percentuale degli occupati ha compiuto il balzo dal 65% al 69,1%. Tra le misure che il governo dovrà prendere in considerazione, molto riguarda la qualità del lavoro non solo in termini di tutele e garanzie, ma anche di opportunità. Perché la ripartizione geografica del lavoro dà il senso di un diverso clima di fiducia che varia da regione a regione. Se al Nord e al Centro – rispettivamente al 64,2 e al 59,9% – il tasso di occupazione risulta sopra la media nazionale (55,6), al Mezzogiorno la situazione è decisamente più drastica e al di sotto, non di poco, del totale (42%).
A questo si aggiunga la difficile conciliazione dei tempi di lavoro e di vita (condizione che riguarda soprattutto le donne), la mancata partecipazione (indicatore che allarga la platea dei disoccupati agli inattivi il cui tasso stando al BES 2014 è di sette punti superiore al dato europeo), il numero crescente dei NEET e si avrà una visione di insieme più comprensibile della gravità della situazione. Ecco perché il clima di fiducia passa sì per il lavoro, ma non esclusivamente per le regole del lavoro.

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