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Quanto costa la campagna contro lo Stato islamico

di Mirko Spadoni

Airstrikes in SyriaIl presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan lo ha richiesto esplicitamente. “Gli aerei – ha osservato il leader turco, commentando la campagna militare contro lo Stato islamico – non bastano, in Siria serve un intervento con le truppe di terra”. Un intervento di terra che avrebbe effetti a lungo termine – la sconfitta dei jihadisti, forse – e conseguenze immediate: la lievitazione dei costi delle operazioni sostenute dalla coalizione capeggiata dagli Stati Uniti, che ad oggi hanno già speso un miliardo e cento milioni di dollari (compresi i 62 milioni di dollari sborsati per i raid condotti dalla Marina). La maggior parte del ‘lavoro’ è stato infatti svolto da Washington: i Paesi arabi (Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Giordania e Qatar) e gli altri alleati occidentali hanno condotto il 10% dei raid condotti contro i miliziani dell’IS (195 raid contro i 1.768 effettuati dagli Stati Uniti). Al 1° ottobre – sia in Iraq che in Siria – sono stati lanciati 800 missili, inclusi i 47 Tomahawk sparati dalle navi della Marina presenti nel golfo Persico e nel mar Rosso. Mentre sono 1.300 i soldati statunitensi dislocati sul suolo iracheno.
In pratica l’intervento contro i miliziani del sedicente califfato islamico sta costando tra i sette e i dieci milioni di dollari al giorno, secondo l’U.S. Central Command. Soldi necessari per condurre una campagna che non è detto possa concludersi a breve come accaduto in altre occasioni: le operazioni militari contro i talebani in Afghanistan durarono 76 giorni e le bombe utilizzate furono 17.500, come ha ricordato il Los Angeles Times. Inciso: quelle condotte contro il gruppo di Abu Bakr al Baghdadi sono iniziate l’8 agosto in Iraq per poi essere ampliate anche in Siria a partire dal 23 settembre.
Diversi sono stati i raid aerei condotti dall’inizio delle operazioni, molti dei quali si sono tuttavia conclusi senza recare alcun danno allo Stato islamico: nel corso dei 1.700 voli effettuati, gli obiettivi colpiti sono stati 322. Tra questi ci dovrebbero essere le diverse raffinerie controllate dall’IS e che rappresentano una delle sue principali fonti di reddito (tre milioni di dollari al giorno, secondo il think tank di Dubai INEGMA). Eppure secondo quanto riferito da un militante dello Stato islamico citato dal Wall Street Journal, la produzione e la raffinazione del petrolio prosegue ad un ritmo sostenuto nonostante gli attacchi aerei. Sarebbe quindi necessario fare di più. Anche perché le raffinerie, sparse sul territorio siriano, garantiscono al gruppo anche parte “dell’approvvigionamento energetico, fondamentale nella campagna militare dell’ISIS”, come ha osservato Luay al Khatteb del Brookings Doha Center, citato da Foreign Policy e secondo cui il cui fabbisogno quotidiano di territori controllati dall’IS (compreso il combustibile utilizzato per la produzione di energia e per il trasporto civile) oscilla tra i 170.000 e i 200.000 barili, superando di gran lunga le capacità produttive del gruppo di al Baghdadi compresa tra i 30.000 e i 70.000 barili.

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