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Il settore del junk food è in difficoltà?

di Mirko Spadoni

junk-foodMcDonald’s ha di che preoccuparsi. L’utile netto di una delle principali catene di fast-food a livello mondiale è calato nel terzo trimestre del 30% a 1,07 miliardi di dollari. I ricavi sono invece scesi a 6,99 miliardi di dollari (-5%). Il peggiore risultato negli ultimi anni e “inferiore alle attese”, come osservato dall’amministratore delegato Don Thompson. Diversi sono i fattori che hanno (negativamente) inciso sulla performance del colosso statunitense. Come lo scandalo sulle forniture di carne scaduta in Cina, che ha comportato un calo del 9,9% delle vendite in anno in tutta la regione asiatica, e la chiusura di 12 ristoranti in Russia “per condizioni sanitarie inadeguate”, secondo la versione ufficiale russa.
Difficoltà che non risparmiano neanche la Coca-Cola, che ha annunciato tagli ai costi per 3 miliardi di dollari entro il 2019. Un miliardo in più rispetto a quanto comunicato/programmato lo scorso anno in occasione del piano triennale. L’azienda di Atlanta ha chiuso il terzo trimestre con un utile netto a 2,11 miliardi di dollari (-14%).
Insomma: le aziende produttrici del cosiddetto junk-food e di bevande gassate non se la passano benissimo. Forse anche in virtù del cambiamento delle abitudini alimentari di molti (potenziali) clienti, alcuni dei quali preferiscono consumare i loro pasti altrove. Ad esempio e secondo un sondaggio condotto qualche tempo fa da NDP Group, McDonald’s non rientra più nella top ten delle catene di ristoranti preferite dagli statunitensi d’età compresa tra i 18 e i 32 anni (una platea di consumatori fra i 59 e gli 80 milioni di persone). Una clientela da riconquistare per McDonald’s, che ora è chiamato a reinventarsi magari offrendo menù con cibi considerati più salutari.
Tutto questo pur di non compromettere gli ingenti investimenti operati scorsi anni nel mondo così come in Italia. Nel nostro Paese tra il 2010 e il 2012, l’azienda ha aperto ben 46 ristoranti (passati così da 410 a 456). Un numero destinato tuttavia a crescere molto nei prossimi anni: nel 2015 i punti vendita aperti dovrebbero toccare quota 555, secondo le stime dell’azienda statunitense. Questo incremento potrebbe così tradursi anche in una crescita dei posti di lavoro, che nel corso del 2013 hanno superato lievemente le 24mila unità.
Lo scorso anno, McDonald’s ha impiegato infatti “direttamente” 17.622 lavoratori; 6.450 sono stati invece quelli impiegato “indirettamente” per un totale di 24.072 unità, secondo una rilevazione condotta da SDA Bocconi (McDonald’s e l’Italia). L’81% degli addetti ha meno di 32 anni (contro una media nel settore ristorazione che si attesta al 55%), la maggioranza è di sesso femminile (il 60%) e di nazionalità italiana: l’85% dei lavoratori è infatti un nostro connazionale.

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