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Le “misure non convenzionali” della Bce

di Fabio Germani

bce_unione_bancariaLa situazione economica dell’Italia preoccupa, ma a ben vedere è l’intera eurozona a risentire in maniera pesante della crisi economica. Ora che arrancano anche le economie “forti” a maggior ragione. Il bollettino della Bce, diffuso nella giornata di giovedì 13 novembre, è emblematico del quadro economico europeo: le stime di crescita dell’Eurozona sono state tagliate a +0,8% nel 2014 invece dell’1% precedentemente rilevato. E secondo l’agenzia di rating Standard & Poor’s l’eurozona rischia la “terza recessione”. Di qui l’invito, senza troppi fronzoli, rivolto alla Bce: “La Banca centrale europea dovrebbe introdurre delle misure non convenzionali entro la fine del 2014”. Si tratta, insomma, non più solo di un auspicio, bensì di una richiesta di accelerazione delle misure da adottare. Non è nemmeno più una voce isolata, e ormai da molto tempo, se si riflette che già diverse settimane prima la numero uno del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, aveva suggerito in questo senso una posizione più netta di Francoforte contro la stagnazione dell’eurozona. Da ultimo, lo stesso Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, ha annunciato che è sua intenzione procedere in questo modo, facendo peraltro intendere che le divergenze in questo senso all’interno dell’Eurotower sono state superate.
La possibilità che la Bce metta in campo “interventi non convenzionali” per arginare la crisi economica cela un duplice obiettivo: da un lato l’intenzione di impiegare misure straordinarie per tenere stabile il livello dell’inflazione, dall’altro ricordare ai governi che lo stimolo alla crescita deve passare per l’impegno dei singoli Stati nella realizzazione di riforme strutturali. Intanto da alcune settimane ha cominciato ad acquistare obbligazioni bancarie garantite (covered bond), ovvero obbligazioni con un profilo di rischio basso, ma in tanti hanno pensato in questi mesi a qualcosa di più incisivo come il quantitative easing.
Attraverso il quantitative easing viene “creata moneta” dalle banche centrali con lo scopo di acquistare titoli di Stato. Di norma si mette in pratica tale procedura – una strategia finalizzata a stimolare l’economia – quando i tassi di interesse sono vicini allo zero. Negli Stati Uniti il quantitative easing ha un impatto diretto sull’economia reale, in particolare su imprese e occupazione. L’ultima operazione, la terza (la prima cominciò nel 2008 quando alla guida della Federal Reserve c’era Ben Bernanke), si è conclusa alla fine di ottobre ed è servita ad “iniettare” nuova liquidità.
Lo strumento, comunque, è utile a contrastare la deflazione – ricordiamo che è nelle prerogative di Francoforte conseguire un tasso di inflazione appena inferiore al 2% – grazie alla maggiore circolazione di moneta. Ne gioverebbero i consumatori che potrebbero contare su una migliore capacità di spesa. Aumenterebbero, inoltre, le possibilità di investimenti e si registrerebbero migliori andamenti nell’export, possibilmente diminuendo lo squilibrio tra partner commerciali. Anche le banche ne gioverebbero, scongiurando il solito pericolo del credit crunch (ad esempio per quanto riguarda la concessione di mutui, piuttosto difficoltosa). Quest’ultimo è un tassello particolarmente delicato: la stretta del credito negli anni della crisi di certo non ha aiutato le imprese, specie quelle più in difficoltà. E il timore, paventato nella stessa giornata di giovedì dalla Banca d’Italia, è che nel 2015 possa verificarsi un ulteriore calo dei prestiti. Di questo passo la ripresa dell’eurozona rallenterà ancora, con tutte le conseguenze negative facili da immaginare.

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