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Europa 2020 e lavoro: le sfide del futuro

lavoro_giovani_disoccupazioneChe la questione lavoro sia una priorità per il paese è del tutto evidente, e certo non da adesso. Le recenti previsioni della Commissione europea, del resto, non lasciano ben sperare. Anche nel 2015 il tasso di disoccupazione italiano – ora al 12,6% – resterà “elevato ai suoi livelli storici”, secondo le stime di Bruxelles. E a questo si aggiunga il dato diffuso dalla Cgil non molto tempo fa: sono oltre 9,5 milioni gli italiani in grave difficoltà per la mancanza di lavoro o per la precarietà della propria posizione lavorativa.
La mediazione politica ha permesso nelle ultime ore un accordo di maggioranza sul Jobs Act, soprattutto nella parte riguardante l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Si prevede quindi, stando all’emendamento sui licenziamenti, il diritto al reintegro per quelli nulli e discriminatori e “a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato”. Per i licenziamenti economici, invece, non si applicherà più l’Articolo 18 e si riceverà solo un indennizzo.
In Italia si intende licenziamento illegittimo quello che avviene per motivi legati in qualche misura a ragioni di tipo discriminatorio, oppure in assenza di giusta causa o giustificato motivo. Tale “protezione” si applica nelle aziende che hanno 15 (o più) dipendenti (cinque in quelle agricole). Negli ultimi tempi una delle questioni più dibattute riguardo l’Art. 18 comprendeva l’incertezza dovuta alla rimodulazione della norma rispetto al rimedio economico in luogo della reintegrazione (riforma Fornero).
Nel confronto con quanto avviene all’estero – tenuto conto dei diversi andamenti del mercato del lavoro – c’è da osservare che la flessibilità in uscita è prassi negli Stati Uniti dove non vi è obbligo, per il datore di lavoro, di comunicare la motivazione del licenziamento né di dare un certo preavviso. Vige l’obbligo di motivazione, invece, in Cina, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito, Spagna e Svizzera. Mentre in alcuni paesi il preavviso varia sulla base del tipo di licenziamento (Spagna, Germania, Regno Unito e Francia) e dell’anzianità di servizio o di entrambe le fattispecie (Germania, Danimarca, Regno Unito, Francia e Svizzera).
Ma sono ben altre le lacune che qualsiasi intervento in materia di lavoro dovrà riuscire a colmare. La Strategia Europa 2020 fissa un obiettivo ambizioso che prevede, entro il 2020 appunto, una quota di popolazione occupata tra i 20 e i 64 anni pari al 75%. E in questo senso l’Italia occupa le ultime posizioni tra i 28 paesi dell’Ue. Con il tasso di occupazione che a settembre si attestava al 55,9% la distanza dal traguardo appare siderale, ma il livello è basso anche rispetto alla media europea più o meno stabile da tempo al 68,5%.
Un problema enorme, tuttavia, è rappresentato dal tasso di disoccupazione di lunga durata (che coinvolge coloro che sono alla ricerca di un’occupazione da almeno dodici mesi) per cui l’Italia registra performance molto negative anche in questo caso. Il rischio più grave è che il perdurare di tale condizione si trasformi, a causa del progressivo deterioramento del capitale umano, in disoccupazione “strutturale”, cioè non più riassorbibile anche se cambia il ciclo economico.
Da quanto è dato sapere il governo intende virare verso una maggiore qualità dell’occupabilità, tagliando tra le tante tipologie contrattuali che compongono il nostro mercato del lavoro. Ed è inoltre atteso un intervento deciso sugli ammortizzatori sociali con una rete più estesa di tutele sia per i precari sia per i disoccupati.
Un aspetto, quest’ultimo, fondamentale se si considera che, nell’area Ocse, l’Italia è il paese che adotta sussidi pubblici tra i meno “generosi” per chi perde il posto di lavoro, con un rapporto tra reddito da lavoro e reddito durante la disoccupazione di circa l’8%, al contrario di quanto accade in paesi come Germania (28%), Francia (44%) e Spagna (26%).

(articolo pubblicato su Tgcom24 il 20 novembre 2014)

 

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