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Nessun taglio alla produzione di petrolio

L'Opec ha deciso di non tagliare la produzione di petrolio. La decisione ha fatto crollare ulteriormente le quotazioni del greggio, ma le differenze sui carburanti sono minime

estrazione_petrolioL’incontro tra i ministri del petrolio di Iran e Arabia Saudita, alla vigilia della riunione dell’Opec a Vienna, aveva fatto presagire quello che alla fine si è verificato: l’accordo per tagliare la produzione di greggio non è stato raggiunto. La produzione di petrolio, mai stata elevata come negli ultimi mesi, ha superato la domanda facendo crollare i prezzi al barile (del 30% in sei mesi, da oltre cento dollari al barile a circa 75), mettendo così a rischio i bilanci di Paesi come Venezuela, Iran e Russia (i quali, Venezuela a parte, hanno già subito una frenata delle esportazioni per via delle sanzioni Occidentali), che sul petrolio basano gran parte dell’export.
Il crollo della domanda si deve principalmente a due fattori: il rallentamento della crescita globale, dovuto in larga parte alla crisi economica che ha investito l’Eurozona, e l’autosufficienza petrolifera degli Stati Uniti legata al nuovo metodo di estrazione, il fracking (tecnica di estrazione mediante frantumazione idraulica che consente la produzione di shale oil). L’America oggi produce il 65% di petrolio in più rispetto a cinque anni fa, consentendo al Paese di importare 3,1 milioni di barili in meno al giorno. Proprio per questo i sauditi non volevano tagliare la produzione: se il prezzo al barile continua a scendere, la convenienza della costosa tecnica di estrazione statunitense viene meno. Alla notizia che la produzione rimarrà invariata a 30 milioni di barili al giorno la caduta dei prezzi ha subito una nuova accelerata: il Wti di New York è sceso a 67,75 dollari al barile (livelli che non si vedevano dal 2010), mentre il Brent si è attestato a 72,90 dollari, (quattro dollari in meno rispetto alle quotazioni pre-vertice).

Invariati i prezzi al distributore
Nonostante il crollo del prezzo del petrolio, alle pompe italiane le differenze che si registrano sono minime. Anzi, per il 2015 è atteso un nuovo rincaro delle accise tra i tre e gli undici centesimi di euro. E’ proprio il carico fiscale, tra accise e Iva, che non consente ai carburanti di seguire la scia del greggio: nel corso di tre anni l’aggravio fiscale su benzina e diesel è aumentato di 14 centesimi al litro compromettendo una discesa dei prezzi alla pompa che avrebbe dovuto seguire quella del petrolio al barile. Dei 1,80 euro pagati dal consumatore al distributore ben 1,10 euro vanno all’erario. Solo 60 centesimi pagano la materia prima, mentre 14 centesimi (sui quali gravano anche gli eventuali sconti) vanno alle compagnie. Le tasse sui carburanti, spiegava Federconsumatori in uno studio, costano agli italiani in media 25 centesimi in più di quanto costano nel resto d’Europa. 


 

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