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Il lavoro tra flessibilità e precariato

disoccupazione_lavoro_disuguaglianzeLe principali modifiche al mercato del lavoro introdotte con il Jobs Act comprendono le tipologie contrattuali. Con il Jobs Act, infatti, il governo intende privilegiare il contratto a tempo indeterminato quale strumento di assunzione tramite incentivi e il superamento dei contratti a termine, in particolare co.co.co e co.co.pro. Tuttavia il contratto a tempo indeterminato per i neoassunti sarà a tutele crescenti, ovvero nei primi anni l’applicazione dell’Articolo 18 (che cambia, in assoluto, per tutti) riguarderà alcune fattispecie e le tutele aumenteranno soltanto in seguito e in base all’anzianità del lavoratore.
Il governo, dunque, tenta di migliorare il trend negativo degli ultimi mesi (il tasso di disoccupazione si attesta al 13,2%, cifra record). C’è anche da osservare, però, che il tema della flessibilità da sempre divide i pareri. Da una parte chi considera la flessibilità il principio del precariato, dall’altra chi sostiene che i contratti non standard siano strumenti utili a scongiurare un tasso di disoccupazione troppo elevato, crisi economica permettendo.
Il contratto atipico si differenzia da quello standard in un’ottica di qualità del lavoro, ovvero quella condizione lavorativa che presuppone reddito regolare e maggiore sicurezza per i dipendenti.
Spesso si ritiene l’Italia tra i paesi con più precariato in Europa. È davvero così? Non proprio. Un’indagine Inca Cgil – che contò fino a 46 forme contrattuali atipiche nel nostro paese, numero in verità contestato da diversi giuslavoristi – rilevò che erano nove milioni i lavoratori nel vecchio continente con contratti di durata inferiore ai sei mesi, di cui l’80% persone con meno di 40 anni. In esame otto paesi (Regno Unito, Germania, Svezia, Spagna, Italia, Belgio, Slovenia e Francia), si passa dai due contratti su tre per lavori a tempo determinato dell’Italia al contratto della medesima tipologia su sei della Svezia (“appena” il 15% del totale).
Il problema, semmai, riguarda soprattutto le tutele. Il Jobs Act prevede un’estensione degli ammortizzatori sociali, ma in diversi paesi dell’Ue vengono assicurati reddito minimo e maggiori garanzie. Non solo: il nostro paese non è particolarmente famoso per una reale adozione delle politiche attive, cioè quelle misure volte alla formazione e alla riqualificazione. Ma nei paesi in cui il ricorso ai mini jobs è molto frequente (in Germania, ad esempio), la piena copertura assicurativa è quasi assente. Dal punto di vista salariale, inoltre, anche nei paesi che presentano un tasso di disoccupazione molto contenuto si è assistito ad un livellamento verso il basso. Sempre in Germania, si rilevava nell’indagine Inca Cgil, il numero di impieghi a basso salario è cresciuto dal 17,7% del 1995 al 23,1% del 2010. E, inoltre, un giovane lavoratore qualificato su cinque ha svolto almeno un tirocinio, ma nella metà dei casi senza remunerazione
In Italia una prima “sforbiciata” ai contratti a progetto si deve comunque alla riforma Fornero del 2012, con l’introduzione dei minimi tabellari individuati dalla contrattazione collettiva per settore di attività. Nel complesso i collaboratori a progetto sono diminuiti di 322.101 unità dal 2007 al 2013 (145 mila unità solo nel 2012, dati Osservatorio XX maggio), tuttavia (anche) con ripercussioni in termini occupazionali. Resta ora da capire come il Jobs Act, attraverso i decreti attuativi su nuovi contratti e Articolo 18, riuscirà a invertire la rotta e a superare l’atavica dualità del nostro mercato del lavoro.

(articolo pubblicato il 5 dicembre 2014 su Tgcom24)

 

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