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Mercato del lavoro e crisi d’identità

Sono 3,4 milioni gli occupati che hanno dovuto interrompere il proprio percorso professionale rinunciando, di conseguenza alla propria identità lavorativa
di Matteo Buttaroni

lavoro_apprendistatoOrmai se n’è parlato tanto di come la crisi economica abbia portato l’Italia ad una crisi occupazionale, un po’ meno si è parlato di come l’impatto sul mondo del lavoro si sia riversato sulle identità dei lavoratori stessi. Le interruzioni ripetute, temporanee e non, dalle attività lavorative hanno portato i lavoratori italiani a una vera e propria crisi d’identità. I profili tradizionali come li conoscevamo, che si tratti di operai, impiegati o professionisti, stanno venendo sempre più a mancare lasciando spazio ai lavoratori, cosiddetti, “ibridi”.
Secondo la fotografia del Censis Lavoro, professionalità, rappresentanze, contenuta nel 48esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, sono almeno 3,4 milioni, il 15,1% del totale, gli occupati che rientrano in questa categoria fatta di persone che nella vita lavorativa hanno ricoperto più ruoli differenti cimentandosi in tipi di esperienze molto diverse tra loro.
La crisi occupazionale che ha investito il Paese ha portato la potenziale forza lavoro italiana ad “adattarsi” alla domanda, abbandonando il proprio percorso professionale e di conseguenza la propria identificazione. Per dirla con le parole del Censis: “Il lavoro, che un tempo rappresentava una dimensione cristallizzata nella vita delle persone, ha finito per diventare una sommatoria di esperienze, spesso intermittenti e sempre meno capaci di costruire percorsi di identificazione professionale”.
Le identità professionali, diventando sempre più ibride, sono sempre più difficili da identificare e collocare in un contesto lavorativo. E questo, come già spiegato, è la conseguenza delle ripetute interruzioni lavorative a cui, negli ultimi tre anni, sono stati soggetti il 14% degli occupati.
Non solo, anche le imprese che hanno deciso di mettere mano alla propria organizzazione aziendale (il 41,8% del totale) hanno contribuito a questa crisi identitaria: il 40,3% di esse ha infatti deciso di sostituire le professionalità ormai obsolete riqualificando il personale già esistente, nel 26,9% dei casi; o assumendo nuove professionalità, nel 41,8% dei casi.
Il rischio dell’identità professionale ibrida interessa soprattutto la fascia di lavoratori più giovani, quelli con un’età compresa tra i 16 ed i 34 anni. Una fetta di occupati che ha subìto interruzioni nel 20,5% dei casi. La quota di ibridi sul totale degli occupati 16-34enni è infatti pari al 50,7% .
Se gli occupati over 50 sono aumentati tra il 2011 ed oggi (mettendo a segno un +19,1%), i lavoratori più giovani sono invece diminuiti dell’11,5%. Gli inattivi over 50 sono circa 17 milioni, 14 milioni dei quali non cercano lavoro e si dichiarano indisponibili. Altri 700 mila, pur non cercando un’occupazione, si dichiarano comunque disponibili a lavorare (una categoria che rispetto al 2008 ha registrato una crescita del 33,3%).
Le difficoltà dei giovani sono evidenti e per questo il 22% ha deciso di mettersi in gioco avviando start-up o aspirando a farlo in breve tempo. Quello che scoraggia i giovani imprenditori, e lo pensa il 38%, è la scarsità di imprese e istituzioni in grado di dare loro un sostegno. In Europa il tasso di potenziali giovani imprenditori che trova difficoltà ad avviare un’attività è pari al 22%, mentre in Germania scende al 12%.

(articolo pubblicato il 9 dicembre 2014 su Tgcom24)

 

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