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Sono 3.200 le start-up italiane che fanno innovazione

di Matteo Buttaroni

Start UPSono 3.200 le start-up innovative in Italia e, per una volta, la presenza nei territori non sembra prediligere un area d’Italia rispetto ad un’altra: il numero di start-up presenti nel Mezzogiorno è infatti pari a quello delle start-up nel Centro e solo di poco inferiore rispetto al Nord d’Italia.
Secondo il ministero dello Sviluppo Economico possono essere definite start-up innovative quelle imprese che fanno innovazione in ambito tecnologico, che hanno meno di 48 mesi di attività, hanno sede principale in Italia, presentano un fatturato inferiore ai 5 milioni di euro annui. Inoltre devono rispettare i requisiti di non distribuzione degli utili e di sviluppo e commercializzazione di prodotti e servizi ad alto valore tecnologico. Non devono inoltre essere costituite da fusione, scissione societaria o cessione di azienda (ne tanto meno da un ramo di azienda).
Per essere “innovativa” la start-up deve destinare almeno il 15% del fatturato ad attività di ricerca e sviluppo. Altrimenti ha altre due possibilità per essere definita tale: una riguarda la composizione della forza lavoro (un terzo del personale deve essere costituito da dottorandi, dottori di ricerca o ricercatori, oppure due terzi dei soci o collaboratori devo essere in possesso di una laura magistrale), l’altra la titolarità di un brevetto (“titolare dei diritti relativi ad un programma per elaboratore originario registrato presso il Registro pubblico speciale per i programmi per elaboratore”).
Le imprese di questo tipo nate solo nel 2014 sono state 1.829 e, sommate alle circa 1.300 del 2013 (anno dell’entrata in vigore della normativa che definisce le start-up innovative), porta il totale a 3.200. Secondo il registro imprese di Unioncamere oltre tre quarti di esse è attivo nel settore dei servizi, il 18% in quello dell’industria e il 4% in quello del commercio.
Quattro su dieci svolgono attività di produzione di software, consulenza informatica e servizi di informazione. Il 16,7% si occupa invece di ricerca e sviluppo. Se si guarda al manifatturiero, gran parte delle start-up produce la componentistica (gli hardware) dei computer e strumentazioni elettroniche.
Le start-up energetiche, ovvero quelle che sviluppano o si avvalgono di alte tecnologie per la produzione di prodotti e servizi energetici, sono il 12% del totale, mentre quelle sociali solo il 3%.
Nonostante, come già spiegato, la distribuzione di start-up stia aumentando velocemente e in maniera piuttosto omogenea in tutto il territorio italiano (eccezion fatta per il Nord Ovest dove le start-up innovative sono 1.001 contro le 814 del Nord Est, le 696 del centro e le 697 del Mezzogiorno), le difficoltà non mancano. L’88% degli start-upper è infatti consapevole che, per continuare a stare sul mercato, è inevitabile una continua innovazione e per questo ha intenzione di investire ulteriormente entro la fine del 2015. Il 35% ammette però di avere difficoltà a reperire il capitale necessario mentre il 31% trova difficoltà nell’accedere al credito bancario. C’è anche un’ampia fetta, il 42%, che lamenta la lungaggine delle pratiche amministrative.

(articolo pubblicato il 17 febbraio 2015 su Tgcom24)

 

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