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I punti deboli del mercato del lavoro

disoccupazioneCresce la fiducia di imprese e famiglie, i consumi tengono (secondo Confcommercio vi è una tendenza al miglioramento, sebbene risultino fermi a gennaio rispetto al mese di dicembre 2014), il numero degli occupati è in aumento: i segnali di ripresa, insomma, ci sono. Tuttavia la crisi ha avuto in questi anni un impatto negativo al punto che recuperare terreno non sarà operazione particolarmente semplice né rapida.
I segnali di miglioramento dell’attività economica cominciano a produrre i primi effetti in termini occupazionali (-21mila i disoccupati a gennaio rispetto al mese precedente e +11mila gli occupati), ma è proprio sul mercato del lavoro che si osservano ancora gli strascichi della crisi economica.
Dall’inizio della crisi, infatti, in Italia si sono persi oltre un milione di posti di lavoro. Ma la crisi non ha provocato soltanto l’aumento del tasso di disoccupazione, bensì ha evidenziato un calo delle ore lavorate – indicatore che a sua volta ha mostrato un cambiamento nella tipologia di impiego dei lavoratori, con inevitabili conseguenze su salari e potere d’acquisto.
Questo perché, negli anni della crisi appunto, alla diminuzione degli occupati a tempo pieno (-1,7 milioni) è corrisposto l’aumento di quelli a tempo parziale (+0,7 milioni). Nella media del 2014, quindi, come informa l’Istat, la crescita dell’occupazione ha interessato in misura contenuta i lavoratori a tempo indeterminato (+18.000 unità) e in modo più sostenuto i lavoratori a termine (+79.000 unità), mentre è proseguito il calo degli indipendenti (-9.000 unità). E soprattutto – un espediente evidentemente utilizzato da molte aziende – l’incidenza di quanti svolgono “part time involontario” è cresciuto ancora dal 61,3% del 2013 al 63,6% del 2014.
Un altro esempio è rappresentato dal peso della disoccupazione di lunga durata (un situazione, cioè, che può coinvolgere una persona da 12 mesi o anche più). In questo caso l’incidenza sale dal 56,4% del 2013 al 60,7% del 2014, a dimostrazione delle difficoltà nel reinserimento nel mercato del lavoro con il rischio, nel lungo periodo, che la condizione si deteriori fino a diventare disoccupazione “strutturale”.
Infine, le ripercussioni riguardano i settori di attività economica. È vero che l’aumento del numero di disoccupati è avvenuto in quasi tutti i comparti, ma altrettanto è vero che alcuni settori più di altri (si pensi a quello delle costruzioni, in special modo) hanno registrato flessioni maggiori. Un trend negarivo che si è confermato ancora nel 2014, come osservato dall’Istat: all’incremento dell’occupazione nell’industria in senso stretto (61.000 unità, pari a +1,4%) si contrappone il persistente calo nelle costruzioni (-69.000 unità, pari a -4,4%).

(articolo pubblicato il 6 marzo 2015 su Tgcom24)

 

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