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In crescita le donne con un’occupazione

donne_lavoro_crisi_economicaLa crescita occupazionale, rilevata dall’Istat nella media del 2014, ha coinvolto tanto la componente maschile quanto quella femminile. Quest’ultima è infatti cresciuta dello 0,6% (57 mila unità) contro lo 0,2% degli uomini (31 mila unità). Il numero delle donne con un impiego è cresciuto anche nel 2014, quindi. Confermando un trend in atto da qualche anno a questa parte.
Secondo il Rapporto Donne 2015 di Manageritalia, condotto anche grazie alla collaborazione di AstraRicerche e JobPricing, nel corso degli ultimi dieci anni, il numero delle donne occupate è cresciuto molto (+6,2%): un incremento sostanzioso e in controtendenza rispetto alla componente maschile (-3,9%). Il tasso di occupazione tra le donne rimane comunque relativamente basso, pari nella media del 2014 al 46,8% rispetto al 64,7% degli uomini.
Ma c’è di più. Una buona parte delle donne, che hanno trovato un impiego, hanno ottenuto un incarico di alto livello: in Italia, il 15,1% dei dirigenti e il 28,4% dei quadri è infatti una donna. Risultati, quest’ultimi, senza dubbio positivi e che consentono al nostro Paese di accorciare il divario che ci separa dal resto dell’Europa, dove mediamente il 25% dei dirigenti è di sesso femminile.
Tuttavia, osservava la Commissione europea nelle ultime raccomandazioni specifiche destinate ai singoli Stati membri, il mercato del lavoro italiano continua ad essere segmentato e caratterizzato da una scarsa partecipazione femminile, oltre che da una differenza retributiva di genere ancora troppo sostanziosa: a conti fatti, le donne guadagnano mediamente meno rispetto ai colleghi uomini.
Secondo uno studio dell’Eurostat, pubblicato in occasione dell’8 marzo, nell’Ue il differenziale retributivo di genere – ovvero la differenza media tra la retribuzione oraria di uomini e donne – è di poco superiore al 16%. Detto altrimenti: una donna per poter guadagnare quanto un collega uomo dovrebbe lavorare 59 giorni in più. Quanto basta per comprendere le preoccupazioni di Bruxelles, che accoglie con cautela i primi segnali di miglioramento: dal 2011, anno in cui è stata istituita la Giornata per la parità retributiva, il divario salariale nell’Unione europea è passato dal 17,5 al 16,4%.
La Commissione Ue, infatti, ricorda che il livellamento salariale potrebbe non essere esclusivamente riconducibile all’incremento della retribuzione femminile, in quanto determinato da diversi fattori. Quali? L’aumento della percentuale di lavoratrici con un più elevato livello di istruzione e gli effetti negativi della crisi economica, che ha danneggiato principalmente quei comparti dove prevale la manodopera maschile (si veda il settore edilizio).
In Italia come vanno le cose? Meglio che altrove, suggeriscono i dati. Nel nostro Paese, infatti, il differenziale retributivo di genere è (lievemente) più basso rispetto alla media europea, anche se negli ultimi anni la situazione è peggiorata parecchio: nel 2013 era al 6,7% contro il 4,9% del 2008. Ma il campione, sottolineano alcuni analisti, esclude molte lavoratrici con il livello di istruzione e di retribuzione più basso.

(articolo pubblicato il 6 marzo 2015 su Tgcom24)

 

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