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La crisi dei lavoratori autonomi

di Mirko Spadoni

lavoro_ufficioL’emorragia sul fronte occupazionale ha coinvolto tanto i lavoratori dipendenti quanto gli indipendenti. Con i secondi che, almeno in proporzione, sembrano aver pagato il prezzo più alto. Secondo uno studio di Confesercenti, gli indipendenti (imprese senza dipendenti, collaboratori familiari, ma anche professionisti e autonomi) sono coloro che in proporzione hanno subìto di più gli effetti negativi della crisi economica. Nel periodo compreso tra il 2007 ed il 2014, infatti, tra gli indipendenti sono stati persi 475 mila posti di lavoro (-7%). I lavoratori dipendenti hanno registrato una emorragia più elevata in termini quantitativi (-575mila occupati), ma meno consistente in termini percentuali (3,1%).
Nonostante la loro importanza ‘sistemica’ (in Italia, il 25,6% dei lavoratori è autonomo e contribuisce al 20% del Prodotto interno lordo) nessuno ha fatto nulla per migliorarne la situazione attraverso, ad esempio, un piano di intervento per un rilancio sul fronte occupazionale, sottolinea Confesercenti.
Tuttavia la crisi economica rappresenta un’insidia anche per chi ha ancora un impiego, privando i redditi di ogni garanzia di stabilità. Specie tra i lavoratori autonomi. Stando ai dati contenuti in un’indagine condotta dall’ufficio studi della Cgia di Mestre, il numero dei nuclei familiari, che dipendono principalmente dal lavoro autonomo, sono quelle maggiormente esposte al rischio povertà. Durante il 2013, osservava la Cgia, il 24,9% ha vissuto con un reddito disponibile inferiore a 9.456 euro annui – ovvero la soglia di povertà calcolata dall’Istat – contro il 14,4% delle famiglie dei lavoratori dipendenti.
Infine, particolarmente delicata è la situazione dei lavoratori autonomi part-time. Quest’ultimi, secondo uno report del Centro studi di Unimpresa, sono tra gli italiani che, pur avendo un impiego, percepiscono una retribuzione contenuta che non gli consente di vivere senza difficoltà. I 813 mila lavoratori autonomi in questione, proseguiva Unimpresa, fanno parte di un gruppo molto ampio di persone, che include tre milioni di disoccupati, chi ha un contratto di lavoro a tempo determinato – sia part time (677mila persone) sia a orario pieno (1,74 milioni) – o un contratto a tempo indeterminato part time (2,5 milioni) e i collaboratori (375mila).
Complessivamente l’area di disagio sociale, secondo il computo del Centro studi di Unimpresa, comprende così 9,21 milioni di persone. Un dato relativo al terzo trimestre del 2014 e in crescita del 5,3% rispetto al terzo trimestre dell’anno precedente.

(articolo pubblicato il 18 marzo 2015 su Tgcom24)

 

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