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Il business dello streaming, da Spotify a Tidal

di Matteo Buttaroni

tidalPrima Pandora poi Deezer e Spotify, ora Tidal e presto anche il rilancio di Beats Music, acquistato da Apple. I contendenti nella partita dello streaming musicale sono sempre di più, come del resto aumentano costantemente anche gli utenti che usufruiscono di un servizio che sta stravolgendo i numeri dell’intera industria musicale.
Alla luce dei dati relativi al 2014 Shawn Carter, in arte JAY Z e nella vita marito di Beyoncé e imprenditore di successo, sembra proprio averci visto lungo quando ha deciso di spendere 56 milioni di dollari per un servizio molto simile a quello offerto da Spotify, appunto Tidal, la cui differenza sostanziale con il servizio nato ormai nel 2008 è quella di “offrire” (oltre alla fruizione di video musicali) la possibilità di ascoltare musica in qualità FLAC lossless a 1.411 kbps, contro la qualità massima disponibile su Spotify da 320 kbps. Ovviamente la differenza ha un prezzo: mentre la versione con audio standard (320 kbps) costa 9,99 dollari al mese, come Spotify, il prezzo per la versione Tidal HiFi sale a 19,99 dollari.
Per scoprire se Tidal segnerà la fine di Spotify o meno bisognerà comunque aspettare e, per il momento, il servizio svedese sembra un avversario arduo. Con i suoi circa 15 milioni di abbonati premium, Spotify ha ormai piantato le sue radici in un’industria musicale che parla sempre più digitale.
Nel corso del 2014, infatti, i servizi streaming hanno rappresentato una delle voci più in crescita dell’intero settore e dare uno sguardo a come è andato il mercato dell’industria della musica negli Stati Uniti (precursore in questo senso) può aiutare a far luce sulla sua evoluzione anche a livello globale.
Secondo i dati raccolti dalla RIAA (Recording Industry Association of America) lo streaming si è ritagliato una fetta pari al 27% dell’intera industria musicale, tallonando i supporti fisici (e superando il fatturato dei cd) che, fermi al 32% del totale del giro d’affari, sono ormai stati superati dai download digitali, al primo posto con il 37%.
Rispetto allo scorso anno il giro d’affari generato negli Stati Uniti dallo streaming musicale è aumentato del 6% sul totale del mercato e del 29% in termini assoluti raggiungendo gli 1,87 miliardi di dollari.
Anche in Italia il digitale, e con esso anche lo streaming, funge da motore per l’intera industria. Stando a quanto rilevato dalla Deloitte per FIMI il mercato discografico nei dodici mesi scorsi è cresciuto del 4%, realizzando un fatturato di circa 122 milioni di euro. Anche in questo caso una fetta importante viene rappresentata dal digitale, il 38% (contro il 32% del 2013), che però risulta ancora piuttosto inferiore rispetto ai supporti fisici, con il 62% (75,3 milioni di euro contro i 79,5 milioni rispetto al 2013). In tutto ciò lo streaming si ritaglia una fetta pari al 22% dell’intero fatturato totale dell’industria musicale (contro il 12 del 2013) e il 57% del comparto digitale, contro il 43% dei download.

(articolo pubblicato il 31 marzo 2015 su Tgcom24)

 

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