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Il peso del costo del lavoro in Italia

di Fabio Germani

lavoro_governo_crescitaIl costo del lavoro continua ad essere piuttosto alto in Italia, almeno in rapporto al prelievo complessivo sui salari. Noi, meglio di altri, ne sappiamo qualcosa: nel 2014 il cuneo fiscale ha raggiunto in alcune fattispecie livelli prossimi al 50%.
Il rapporto Taxing Wages dell’Ocse colloca l’Italia al sesto posto (su 34, al 48,2%; media al 36%) per il prelievo sui salari. Al primo posto c’è sempre il Belgio (55,6%), poi Austria (49,4%), Germania (49,3%), Ungheria (49%,) e Francia (48,4%). Subito dopo di noi, ma staccata di qualche punto percentuale, c’è invece la Finlandia (43,9%).
In riferimento all’anno 2012, secondo recenti dati Istat, il costo medio per dipendente, al lordo delle imposte e dei contributi sociali, si aggira intorno ai 31 mila euro l’anno ma al lavoratore, sotto forme di retribuzione netta, finisce nelle tasche il 53,3%, vale a dire poco più della metà per un importo medio di 16.498 euro.
Dunque il cuneo fiscale – la differenza tra il costo sostenuto dal datore di lavoro e la retribuzione netta del lavoratore – arriva al 46,7%, in aumento rispetto ai livelli del 2011 quando si attestava al 46,3%.
L’Ocse considera inoltre la composizione familiare. L’anno scorso il peso della tassazione su una famiglia monoreddito con due figli si è attestato al 39%, vale a dire 0,5 punti in più del 2013 (al quarto posto tra i paesi Ocse). Per i single, invece, il cuneo fiscale è arrivato al 48,2%, collocando il nostro paese, appunto, al sesto posto della speciale classifica.
In definitiva il costo medio del lavoro per un dipendente italiano, a parità di potere di acquisto, è pari a 55.395 dollari (in questo caso la posizione occupata è la 16esima) mentre il salario lordo è sceso a 40.426 dollari (in pratica 30.463 euro, 19esimo posto).
E qui si evidenzia una prima discrepanza rispetto ai paesi che sono al di sopra del nostro per costo del lavoro e che presentano un tasso di disoccupazione nettamente inferiore. La crescita dei salari nel 2014 è stata dell’1,4% quando in Germania, ad esempio, è risultata essere il doppio. È in Grecia, a fronte di un numero maggiore di ore lavorate, che si è registrato un calo importante (del 2,9%) e in Portogallo (dell’1,2%).

(articolo pubblicato il 21 aprile 2015 su Tgcom24)

 

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