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Spiragli di ripresa e conferme negative

lavoro_imprese-1024x683Due notizie, una buona e una cattiva. Quella buona: l’indice Pmi manifatturiero migliora in Italia, sopra le attese e più dell’Eurozona, consolidando i barlumi di risalita fin qui osservati. La notizia cattiva, piuttosto l’ennesima conferma, è che il percorso di ripresa è lungo e tanti sono gli indicatori da riportare in territorio positivo.
L’indice Pmi manifatturiero dell’Italia, dunque, è salito nel mese di aprile a 53,8 punti da 53,3 di marzo, ovvero il livello più alto da aprile 2014 (rilevazioni Adaci e Markit Economics) e sopra quota 50, la soglia tra espansione e contrazione.
Per quanto riguarda l’Eurozona, invece, l’indice Pmi scende nello stesso periodo di riferimento a 52 da 52,2 di marzo. In Germania l’indice risulta i diminuzione a 52,1 da 52,8 del mese precedente, mentre in Francia il settore resta al di sotto dei 50 punti, a 48 per la precisione.
Insomma, segnali di ripresa ve ne sono. Tuttavia c’è molto da fare prima che il ciclo positivo riparta a vele spiegate. E ciò dipende dai ritardi accumulati soprattutto negli anni della crisi. Si prenda come esempio il divario tra ricchi e poveri. Nonostante, fa notare l’Ocse nel recente rapporto Oecd360, il reddito medio disponibile corretto pro capite delle famiglie sia pari a 24.724 dollari l’anno (superiore alla media Ocse, che è di 23.938 dollari l’anno), il 20% più ricco della popolazione in Italia guadagna quasi sei volte di più del 20% più povero.
Ma i ritardi riguardano soprattutto il mercato del lavoro, con il tasso di disoccupazione – si ricorderà – cresciuto a marzo al 13%. In questo caso il divario preoccupante è quello di genere perché, secondo l’Ocse, le donne hanno difficoltà a conciliare famiglia e lavoro. Intanto il 58% della popolazione italiana tra i 15 e i 64 anni ha un lavoro retribuito, dato inferiore alla media Ocse del 65%. Inoltre gli uomini occupati sono circa il 68%, mentre le donne il 48%, una differenza che sta a significare una diffusa incapacità strutturale che permetta alle donne di riuscire a conciliare impegni familiari e lavoro.
Infine, la disoccupazione di lunga durata, quella cioè che coinvolge un individuo da almeno un anno. Si tratta di un problema da non sottovalutare al netto di tutti gli indicatori complementari al tasso di disoccupazione. Spesso tale condizione è un effetto combinato di scoraggiamento e difficoltà a reinserirsi nel mercato del lavoro (specialmente le persone più avanti con l’età), con il rischio di diventare “disoccupazione strutturale”.
L’incidenza è aumentata dal 56,4% del 2013 al 60,7% del 2014 (dati Istat, media 2014) e secondo l’Ocse l’Italia occupa la quarta posizione per percentuale di disoccupati di questo tipo. Dal 2007 al 2013 la quota di disoccupati di lunga durata – sul totale dei disoccupati – è lievitata dal 45% a valori prossimi al 60%, livello superato da Irlanda, Grecia e Slovacchia, con oltre il 70%.

(articolo pubblicato il 4 maggio 2015 su Tgcom24)

 

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