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Domanda e produzione di petrolio nel 2016

di Matteo Buttaroni

estrazione_petrolioAlla luce delle performance deludenti dei Paesi emergenti, l’Opec ha posto un freno alle stime riguardanti la domanda mondiale di petrolio nel corso del prossimo anno. A preoccupare particolarmente sono, naturalmente, l’autosufficienza americana, a cui si aggiungono però il rallentamento della crescita cinese e la situazione del Brasile, entrato in recessione tecnica.
In particolare, secondo quanto riportato nel suo ultimo bollettino, l’Opec (l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) ha tagliato le previsioni sulla crescita della domanda di greggio per il 2016 di 50 mila barili al giorno. Ribassandole così a 1,29 milioni di barili.
Al contrario, l’organizzazione ha rialzato le stime relative alla domanda dell’anno in corso di 80 mila barili, portandole così a 1,46 milioni di barili al giorno e innalzando la produzione totale per il 2015 a 92,79 milioni di barili. Mentre il ribasso previsto per il prossimo anno è legato al rallentamento dei Paesi emergenti, il rialzo del 2015 è invece sintomatico della ripresa delle economie avanzate (più lenta nel caso dell’Eurozona, ma più dinamica negli Stati Uniti).
Mentre il prossimo anno diminuirà la produzione mondiale di greggio, lo stesso non accadrà per quella dell’Opec. L’organizzazione, forte del fatto che vanta un margine molto basso oltre il quale la produzione è conveniente (circa dieci dollari), ha, infatti, intenzione di innalzare ulteriormente la propria produzione di circa 190 mila barili (per un totale di 30,31 milioni di barili al giorno), mantenendo così la propria quota di mercato ma facendo scendere ulteriormente i prezzi, scoraggiando così i principali concorrenti (su tutti Stati Uniti e Russia).
Prendendo gli Stati Uniti come esempio, il margine di guadagno per cui è conveniente estrarre è di circa 40 dollari al barile, entro questa soglia (quindi già oggi saremmo il limite) il fracking con il quale si estrae greggio dalle rocce bituminose diventa troppo costoso.
Una nuova doccia fredda arriva poi dallo scenario pronosticato dalla Goldman Sachs: secondo la banca d’affari statunitense, se la produzione dei Paesi Opec, ma anche quella dei Paesi non Opec, non dovesse diminuire, e al contempo dovesse mostrarsi ancora debole la domanda, si potrebbe assistere ad un ulteriore crollo del prezzo petrolio del 60%. Dunque a circa 20 dollari al barile. Un’ipotesi che segnerebbe negativamente il destino dello shail oil, ma che, dall’altro lato, darebbe una scossa positiva a quei Paesi, come l’Italia, costretti ad importare greggio.

 

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