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Sofferenze bancarie di nuovo in crescita

bancaL’ABI, l’Associazione bancaria italiana, ha certificato una nuova crescita dello stock di sofferenze lorde e nette a novembre. Dopo il calo – il primo registrato dal 2008 ad oggi – rilevato tra ottobre e settembre.
A novembre le sofferenze – ovvero i crediti per i quali la riscossione è incerta, a causa dello stato di insolvenza dei soggetti debitori – sono cresciute nuovamente dopo il calo registrato tra settembre ed ottobre 2015, quando erano diminuite per la prima volta dal 2008, scendendo da 200,4 miliardi a 199. A novembre quelle lorde sono passate a 201 miliardi dai 199 di ottobre – pari al 10,4% degli impieghi, invariato rispetto al mese precedente – e quelle nette a 88,8 miliardi da 87,2: il 4,89% degli impieghi (+0,4% rispetto ad ottobre).
L’aumento delle sofferenze rischia di ripercuotersi negativamente sull’ammontare complessivo dei prestiti concessi dagli istituti di credito: le sofferenze impediscono alle banche di stimare le perdite effettive, che andranno iscritte nel bilancio, rendendole più caute nel concedere nuovi finanziamenti ad imprese e famiglie. Secondo il Fondo monetario internazionale, un’eventuale cancellazione delle sofferenze bancarie dai bilanci degli istituti di credito italiani genererebbe 130 miliardi di nuovi prestiti.
Uno studio congiunto ABI-CERVED sostiene che le piccole imprese italiane sono quelle che hanno sofferto di più, a partire dal 2007 in poi: le micro-imprese – ovvero quelle che impiegano meno di 10 addetti e un giro d’affari inferiore a 2 milioni di euro – presentano tassi di ingresso in sofferenza doppi rispetto a quelli delle grandi società, che impiegano oltre 250 addetti e fatturano più di 50 milioni di euro.
La cosa non deve lasciare indifferenti: più le imprese di piccole dimensioni soffrono, più la ripresa dell’economia italiana tarderà ad accelerare. Del resto il tessuto imprenditoriale italiano è composto in larga parte da imprese di piccole dimensioni: in Italia le micro-imprese sono 4,2 milioni e rappresentano il 95% del totale (dati ISTAT).

 

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