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Le misure saudite e l’impatto sull’export italiano

di Matteo Buttaroni

falehL’Arabia Saudita, dopo lo scivolone registrato lo scorso anno a causa del basso prezzo del petrolio, ha deciso di dare una scossa ai propri conti. Essendo proprio il petrolio la causa principale della deblacle, il regno ha sostituito l’ex ministro del petrolio, Ali al-Naimi, con il presidente della compagnia petrolifera di Stato (Aramco), Khale al-Faleh.
In effetti, è come se le regole dettate negli ultimi mesi si siano ritorte contro Riad: la decisione di non tagliare la produzione di greggio, per tentare di “buttare” fuori dal mercato lo shale oil americano (la cui estrazione era ritenuta troppo costosa e quindi poco conveniente per prezzi intorno ai 40 dollari al barile), ha in parte funzionato – molte trivelle negli stati Uniti sono state spente -, ma allo stesso tempo l’elevata produzione e la scarsa domanda si sono riversate sui conti statali del primo produttore al mondo.
Già a gennaio, dopo aver riscontrato un calo delle entrate derivanti dal petrolio pari al 23% e un disavanzo di circa 100 miliardi, il governo saudita aveva annunciato una serie di tagli alla spesa pubblica e un aumento delle bollette energetiche per i sauditi più benestanti.
Ad oggi, nonostante la volontà dell’Arabia Saudita di rendersi indipendente dal petrolio, l’80% delle entrate fiscali provengono dagli idrocarburi e, mentre nel 2010 il break even (ovvero il prezzo più basso possibile entro il quale l’estrazione di greggio è ancora conveniente) era di 69 dollari al barile, nel 2016 è salito a circa 100 dollari al barile.
Va da sé che con i prezzi ai livelli attuali per l’Arabia Saudita si prospetta un ulteriore deterioramento dei saldi di bilancio. Non a caso, proprio recentemente, l’agenzia di rating Standard&Poor’s ne ha tagliato il rating sovrano da A+ ad A-.
Nonostante l’indebolimento economico del Paese (il Pil dopo il +3,6% del 2014 è cresciuto del 3,3% nel 2015 e dovrebbe rallentare, secondo il Sace, al +1,1% nel 2017), per i partner commerciali, come l’Italia, non si prospettano scossoni.
Per il nostro Paese, per il quale l’Arabia Saudita è il 18° mercato di destinazione, il Sace prevede infatti un incremento potenziale dell’export di 1,3 miliardi da qui al 2018. Nel 2014 il saldo commerciale italiano con l’Arabia Saudita è tornato in positivo dopo quattro anni. Le esportazioni sono infatti cresciute del 7,6% sul 2013, mentre l’import ha segnato un -24%. La stima provvisoria relativa al 2015 indica un ulteriore +4% e un nuovo +4% per l’anno in corso.

 

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