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L’export negli anni della crisi economica

esportazioniL’Italia si distingue tra i Paesi europei per l’elevato numero di aziende che operano sui mercati esteri: solo nell’industria, se ne contano 88mila – un valore secondo solo a quello della Germania, sottolinea l’ISTAT –, a cui è riconducibile oltre l’80% delle esportazioni complessive italiane. Tuttavia il grado di concentrazione delle esportazioni delle imprese italiane è fra i più bassi in Europa: l’ISTAT osserva che alle prime venti imprese esportatrici italiane è riconducibile una quota di export nazionale (pari al 14,8%) inferiore a quella attribuibile alle prime cinque imprese esportatrici di Francia (15%), Spagna (15,8%) e Germania (oltre il 25%). Difficile sorprendersi, però.
D’altronde, osserva l’ISTAT, la maggioranza delle imprese esportatrici italiane ha una dimensione ridotta: il 65% dà lavoro a meno di dieci addetti, mentre il 95% ne impiega meno di 50. Tra il 2011 e il 2013 è aumentato tanto il numero degli esportatori, passati da quasi 189 mila a oltre 191 mila unità, quanto il valore delle esportazioni, che ha raggiunto i 370 miliardi di euro dai 356 miliardi del 2011, grazie soprattutto al contributo offerto dalle medie e grandi imprese che hanno sostenuto l’aumento delle vendite all’estero.
Una crescita che dovrebbe proseguire anche nei prossimi anni, almeno stando alle previsioni elaborate dal SACE. Secondo cui le esportazioni italiane aumenteranno del 3,9% nel 2015 (un tasso doppio rispetto a quello dell’anno precedente) e del 5% tra il 2016 e il 2018. Eppure non mancano le ombre: la crescita prevista per i prossimi anni è distante dai ritmi precedenti l’inizio della crisi economica.
Tra il 2000 e il 2007, il commercio mondiale è cresciuto mediamente del 7,3% (3 punti percentuali in più rispetto al periodo 2011-2018). A testimonianza dell’impatto permanente della crisi finanziaria mondiale sul commercio internazionale, osserva il SACE.

 

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