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Produttività ferma, ripresa debole

di Fabio Germani

lavoro_imprese-1024x683In questa fase da più parti si sente dire quanto sia opportuno, per l’Italia in particolare, sviluppare una serie di politiche che promuovano produttività e competitività, con benefici non indifferenti per la crescita e per l’occupazione. Ovviamente anche le imprese devono metterci del loro, incrementando gli investimenti e puntando sull’innovazione. Il tema produttività è di recente tornato prepotentemente al centro dell’agenda, dopo che il neopresidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha indicato proprio la mancata crescita di quest’ultima quale elemento stagnante della nostra economia.
Spesso il confronto è con la Germania, che anni fa mise sul piatto una serie di riforme che le permisero di diventare la locomotiva d’Europa, tra cui la crescita dei salari legata alla produttività. Per Confindustria lo scambio salari-produttività sarebbe un punto fondamentale, oltre all’adozione di una politica fiscale a sostegno degli investimenti.
Ma è in generale, a livello europeo e non solo al cospetto della Germania, che l’Italia ha mostrato una stagnazione prolungata. Come osservato in un report Istat-Cnel, già dalla metà degli anni novanta il nostro paese è cresciuto a tassi ridotti rispetto agli altri paesi Ue. Nel periodo 1995-2005 il tasso di crescita medio annuo è stato di circa 0,8 punti inferiore alla media di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.
La situazione è poi peggiorata nel decennio 2005-2014, con un differenziale di crescita giunto fino a 1,5 punti percentuali. Rispetto al 1995 la produttività del lavoro è cresciuta nel 2014 del 24,4% nel Regno Unito, del 17% in Francia e in Spagna, del 13% in Germania mentre è diminuita del 2,2% in Italia.
Un aumento degli indicatori dell’economia della conoscenza potrebbero favorire una crescita di produttività, segmenti che invece rappresentano talvolta alcuni dei principali ritardi del nostro paese. A cominciare da una più capillare diffusione della banda larga, che inoltre equivarrebbe ad un incremento di valore aggiunto e competitività.
Gli investimenti in ricerca e sviluppo sono aumentati, ma restano parecchio indietro rispetto alla media europea. Le imprese italiane, infatti, investono poco in R&S (lo 0,7% del Pil contro l’1,3% dell’Ue) e impiegano meno addetti (4,1 per mille abitanti contro 5,4; dati Istat). Non tutto è da buttare, però. Ad esempio, per quanto riguarda la rilevazione sulle innovazioni nelle imprese, si osservano per quelle italiane una maggiore propensione all’innovazione di prodotto o di processo (41,5% mentre la media Ue si attesta al 36%).

@fabiogermani

 

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