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Gli adolescenti, le news e i social media

Secondo uno studio condotto negli Stati Uniti i più giovani faticano a distinguere le notizie false o alterate
di Silvia Capone

I numeri della diffusione dei social nei paesi industrializzati crescono di anno in anno, in particolar modo le app di messaggistica istantanea. Tra il 2015 e il 2016 gli utenti di Whatsapp sono aumentati di 300 milioni, stessa quota per Facebook Messanger. Si è quindi sempre più connessi e lo si è sempre prima. Come conferma uno studio svolto dalla Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza e dall’Associazione Laboratorio Adolescenza, secondo cui il 97% degli adolescenti italiani è presente sui social. La ricerca condotta su duemila ragazzi di terza media rivela che il 35% ha ricevuto il primo smartphone a 11 anni, il 22% a dieci anni e oltre il 16% ad un’età inferiore. Discorso simile per quanto riguarda la fruizione dei social: il 33% ha iniziato ad utilizzarli a 11 anni e il 20,5% dai 10 anni in giù. Quasi tutti gli adolescenti usano almeno un social e in media ognuno ne utilizza 3-4, tanto che il 40% dei ragazzi intervistati lo ritiene un luogo per fare nuove amicizie. Si utilizza molto Whatsapp, seguito nella lista delle preferenze da Istagram e da Snapchat.

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Il costante uso del web non è una prerogativa solo italiana, ma tipica delle società economicamente avanzate, compreso il Nord America dove è l’88% della popolazione ad usare Internet. Negli Stati Uniti più della metà dei giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni preferisce informarsi online e il 70% degli under 30 afferma di accedere alle notizie tramite dispositivi digitali (fonte: Pew Research Center). È interessante quindi lo studio condotto dall’università americana di Stanford su un campione di studenti delle medie, licei e università a cui sono state sottoposte 56 verifiche adeguate all’età di riferimento. Dalla ricerca emerge che la maggior parte dei giovani americani non è in grado di distinguere sui social network le notizie false da quelle vere. Per quanto riguarda i ragazzi delle medie, è stato loro chiesto di riconoscere il native advertising, ovvero una storia che camuffa pubblicità, e l’80% degli intervistati non ha saputo dare la risposta corretta, nonostante ci fosse esplicitata la dicitura “sponsored content”. Ai liceali è stata presentata una notizia postata su Facebook con una foto ed è stato chiesto loro se l’immagine rappresentava una forte prova delle reali condizioni, solo il 20% degli intervistati è risultato scettico. Non meglio è stato fatto dagli universitari che hanno dovuto valutare l’utilità come fonte di un sondaggio pubblicato via tweet, effettuato da un’organizzazione di parte: solo un terzo ha colto tale caratteristica come fattore non del tutto attendibile.

 

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